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E così Tibullo a Messalla Corvino, uomo di cultura ma anche celebrato uomo d’armi fiero dei suoi trofei di guerra:
Te bellare decet terra, Messalla, marique, ut domus hostiles praeferat exuvias; me retinent vinctum formosae vincla puellae, et sedeo duras ianitor ante fores. Non ego laudari curo, mea Delia, tecum dum modo sim, quaeso segnis inersque vocer. A te, Messalla, si addice combattere in terra e in mare, / così che la tua casa si mostri piena di spoglie nemiche; / me trattengono avvinto le catene di una bella fanciulla, / e siedo, quale portinaio, davanti alla crudele porta. / Non mi curo di ricevere lodi, o mia Delia; / purché ti sia vicino, mi si chiami ozioso e indolente! (Tibull. I 1, 53-58)[2]
La gloria militare è un traguardo vano e fasullo. La vera militia, quella per cui vale la pena essere servus, è quella agli ordini della propria domina, non della patria – laus in amore mori, canta Properzio (II 1, 47), e mi pare difficile non scorgere qui un richiamo polemico all’altisonante sentenza oraziana di sapore tirtaico[3] dulce et decorum est pro patria mori (carm. III 2, 13). Solo da una donna si può essere imprigionati e incatenati, solo per lei e non per il nemico si può trascorrere una notte all’addiaccio, a lamentarsi o a infuriare davanti alla canonica porta serrata. Soli combattimenti che il poeta può e deve combattere sono quelli erotici, oppure le risse per conquistare una fanciulla, non le guerre che portano ricchezza ma sangue:
Nunc levis est tractanda Venus, dum frangere postes non pudet et rixas inseruisse iuvat. hic ego dux milesque bonus: vos, signa tubaeque, ite procul, cupidis volnera ferte viris, ferte et opes: ego conposito securus acervo despiciam dites despiciamque famem. Ora è il momento di godere della spensierata Venere, ora, / che non è vergognoso infrangere le porte, ed è dolce intrecciare litigi. / Qui io sono buon condottiero e soldato: voi, insegne e trombe, / andate lontano; portate ferite al guerriero ambizioso, / ma anche donategli ricchezze. Io, tranquillo con il mio raccolto / chiuso nel granaio, mi riderò dei ricchi e ugualmente della fame. (Tibull. I 1, 73-78)
Il rifiuto di Tibullo per valori consolidati ma sentiti dal poeta come estranei a sé, più volte esplicitato tramite la rituale opposizione dei pronomi personali, si fa qui beffardo nell’anafora finale del verbo despicere e nella fiera dichiarazione del proprio status di soldato affatto particolare, buono ad attaccar briga per le ragazze e a far breccia nelle porte delle loro case più che in quelle delle città da conquistare. E l’espressione hic ego dux milesque bonus paròdia nientemeno che Omero, ossia il poeta per eccellenza dell’epos, ai cui valori fondanti l’elegia romana vuole opporsi così strenuamente: infatti, in Iliade III 179 Agamennone viene definito da Elena “buon capo e guerriero valoroso”.
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[2] Trad. di Luca Canali, in Tibullo, Elegie, trad. di L. C., con un saggio di A. La Penna, intr. e note di L. Lenaz, Milano 1989. [3] Cfr. Tirteo, fr. 10 West. |