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pixel_bianco >> Nos odimus arma. L’antimilitarismo nell’elegia latina (1/4)  

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Nicola Cadoni

Il rifiuto dei doveri militari è un elemento centrale della persona (concreta e poetica) dell’elegiaco romano di età augustea. In un genere dove scelta di poesia e scelta di vita appaiono sempre più intrecciate e dove l’allontanamento dai valori “ufficiali” del regime augusteo diviene tratto distintivo del poeta non pienamente integrato, il valore militare è visto come inutile alla ricerca e all’esercizio del valore vero, l’amor; tanto che Properzio, nel ricordare senza alcun rimpianto il fallimento di una proposta di legge di Augusto contro il celibato, direttamente sfidando il princeps può affermare:

 

“At magnus Caesar”. Sed magnus Caesar in armis:

devictae gentes nil in amore valent.

“Pure, Cesare è grande”. Cesare è grande in armi, / ma non vale in amore debellare le genti.

                                                                        (Prop. II 7, 5-6)[1]

e poi predire sicuro:

 

Unde mihi Parthis natos praebere triumphis?

nullus de nostro sanguine miles erit.

Perché mai dovrei dare figli per i trionfi / sui Parti? non si avranno soldati dal mio sangue.

                                                                        (Prop. II 7, 13-14)

 

Questa radicale opposizione fra gli arma e l’amor viene sovente evidenziata dai poeti elegiaci romani proprio tramite l’utilizzo del lessico militare in campo sentimentale ed erotico. Così ancora Properzio, rivolto all’amico Tullo che lo vorrebbe compagno per una spedizione militare in Oriente di cui è responsabile:

 

Non ego sum laudi, non natus idoneus armis:

hanc me militiam fata subire volunt.

Io non nacqui alla gloria, non adatto alle armi; / è questa la milizia cui mi costringe il fato.

                                                                         (Prop. I 6, 29-30)

 


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[1] Traduzione di Gabriella Leto, in Properzio, Elegie, trad. e note di G. L., con un saggio introduttivo di A. La Penna, Torino 1970.

 
 
 

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