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pixel_bianco >> "La famiglia e il matrimonio" (2/4)  

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Nicoletta Marini
Il matrimonio, a Roma, non era un'unione spontanea tra innamorati, ma un contratto combinato dalle famiglie dei fidanzati per ragioni economiche e di alleanza politica. Questo non escludeva che gli sposi, durante la loro vita coniugale, si rispettassero e provassero affetto, ma raramente erano innamorati nel senso in cui puoi intenderlo tu. Nelle poesie d'amore latine, infatti, l'amore- passione si colloca prevalentemente al di fuori del matrimonio: Catullo ama appassionatamente Lesbia-Clodia, moglie di Metello Celere, Properzio ama Cinzia, forse una cortigiana.

Le implicazioni socio-economiche del matrimonio erano quindi ben più rilevanti di quelle sentimentali, come è evidente già nel fidanzamento romano (sponsalia). Il pater familias della giovane la prometteva, di fronte ai testimoni, al consuocero e allo sponsus, il quale donava alla fanciulla un anello (anulus pronubus). Questo veniva messo all'anulare, dito dal quale, secondo gli antichi, partiva un nervo che arrivava al cuore. Non sempre la fanciulla veniva poi data in sposa all'uomo promesso. Poteva accadere che, presentatosi un partito migliore, il padre optasse per una nuova sistemazione. L'età per il matrimonio era dodici anni per le ragazze e quattordici per i ragazzi, ma non era raro il caso in cui il pater concedesse la figlia prima di questa età. Ma solo a dodici anni la convivenza diventava iustum matrimonium.

In quanto contratto, il matrimonio prevedeva, nelle sue diverse forme, che il marito acquisisse la manus (autorità, potestà) sulla sposa di fronte a testimoni. A Roma esistevano tre tipi principali di unione matrimoniale: la confarreatio, in uso soprattutto in epoca antica, simile, per certi versi, al nostro matrimonio religioso, la coemptio, una sorta di nostro matrimonio civile, l'usus, la convivenza.

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