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pixel_bianco >> La guerra: l'ideologia  

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Nicoletta Marini

La guerra (e il culto della guerra) si radicava in un'ideologia fortemente imperialista, condivisa non solo dalle classi dominanti che traevano enormi vantaggi dalle conquiste, ma, come si è detto, anche dalle fasce più deboli. Va premesso che, come voleva la tradizione, i Romani dovevano ricorrere alla guerra solo dopo aver tentato le vie diplomatiche. Nella prima età repubblicana spettava a un sacerdote recare ai nemici le condizioni di pace. Se queste non venivano accettate, veniva riaperto il tempio di Giano e veniva dichiarata la guerra in quanto legittima (iustum bellum). I sacerdoti compivano riti e sacrifici per propiziarsi non solo le divinità romane, ma anche quelle del nemico. La guerra era considerata necessaria e legittima pure nel caso della difesa degli alleati (socii). La richiesta di aiuto divenne pertanto il pretesto per attuare guerre di conquista. E' il caso dei Mamertini, che chiesero aiuto e protezione ai romani contro i cartaginesi, nella I guerra punica, oppure della città iberica di Sagunto, assediata da Annibale, nella II guerra punica.

"Ideologo" dell'imperialismo romano fu lo storico di origine greca Polibio (II sec. a.C.) che inquadrava il potere e le conquiste di Roma in un disegno superiore dominato dalla necessità storica. Accanto a queste motivazioni, ai Romani non sfuggivano certo le ragioni dell'utile, condivise, secondo una parte della storiografia moderna, da tutte le classi sociali di Roma. Schiavi, bottino, nuovi mercati, tributi e… cultura erano le conseguenze più immediate della conquista di una nuova provincia. Autori come Plauto e Terenzio, ma anche Polibio, sottolineano le possibilità di arricchimento riservate a chi si arruolava volontario e riconoscono l'importanza nell'economia romana dei bottini. Famoso fu quello conseguente alla conquista della Grecia, che portò a Roma non solo beni materiali, ma inestimabili opere d'arte e le famose biblioteche ellenistiche. La guerra era così motore primo dell'economia. Gli abitanti delle province non erano considerati né cittadini né alleati, ma, in un certo senso, sudditi sottoposti a pesanti tributi. I governatori delle province, proconsoli o propretori, che godevano di ampi poteri, finivano per arricchirsi enormemente ai danni dei provinciali.


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pixel_biancopath Commenti inseriti
commenti carlotta  ( carla-e-marta@hotmail.it)
davvero interessante.....mi entusiasma sempre tanto leggere pagine del genere!!!
Commento inserito il: 25/10/2006 18.28.08

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