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Notizie essenziali sull'opera e sul suo autore
L'Octavius è un breve testo finalizzato alla difesa della religione cristiana. Trasmessoci come libro VIII dell'Adversus nationes (304-310 ca) di Arnobio, esso è però assegnato dalla tradizione cristiana del III e del IV secolo (Lattanzio e Gerolamo) a Minucio Felice, un avvocato pagano convertito, il quale in seguito non aveva più prodotto testi di carattere dottrinario al servizio della comunità. La data di riferimento (terminus ad quem) per la cronologia dell'Octavius è il 197, anno di composizione dell'Apologeticum di Tertulliano (160-220 ca), che condivide abbondante materiale con il testo di Minucio, al punto che si ritiene una delle due opere dipendente dall'altra, di solito, e già a partire da Gerolamo (Vir. ill. 53, Ep. 70, 5), a vantaggio della priorità di Tertulliano. Di Minucio sappiamo solo le notizie scarne delle fonti, che del resto si deducono dall'operetta stessa: essa ha la forma di un dialogo, sotto la fattispecie di una rievocazione memoriale, sul modello del Dialogus de oratoribus attribuito a Tacito. L'io narrante dedica lo scritto alla memoria di Ottavio, boni et fidelissimi contubernalis, la cui morte ha lasciato un vuoto incolmabile. Il tributo all'amico è reso col racconto di un episodio di anni lontani, in occasione di un viaggio di Ottavio a Roma (negotii et visendi mei causa), che aveva concesso ai due amici la gioia serena di ritrovarsi e di godere della reciproca compagnia. Avevano così deciso di recarsi ai bagni di Ostia, approfittando delle feriae vindemiae, che concedevano una pausa nelle attività forensi di Minucio. La cornice è elegante e curata, nei particolari che descrivono l'atmosfera dolce e rilassata di una bella giornata di primo autunno: a Minucio e a Ottavio si accompagna, nella passeggiata sul litorale di Ostia, Cecilio, un altro amico, di cui si dice esplicitamente che è conterraneo di Frontone (100-175 ca), cioè di Cirta, nella regione di Numidia dell'Africa proconsolare. È opinione di molti studiosi che anche Minucio fosse di origine africana. La fine del II secolo e l'inizio del III coincidono con il principato di Settimio Severo (193-211), cioè con l'avvento di una dinastia africana al governo dell'impero. Sono proprio intellettuali provinciali africani della fine del II secolo le prime voci di una letteratura cristiana in Latino: in Gallia e persino a Roma la lingua della Chiesa e dei suoi scrittori è ancora in larga misura il Greco delle prime comunità cristiane. L'Octavius è scritto in un Latino molto curato, di netto impianto ciceroniano, fin dalle prime parole del testo, e sempre Cicerone (De divinatione, De natura deorum) è la fonte di molto materiale che concerne i culti della superstitio pagana e le posizioni delle filosofie antiche al proposito. Minucio mostra dunque di possedere la formazione retorica delle scuole dell'impero: conosce gli episodi emblematici della storia di Roma, conosce le tesi essenziali delle antiche scuole filosofiche, si esprime nel registro linguistico che Quintiliano, un secolo prima, aveva codificato come modello. Quella di Minucio è in realtà una scelta stilistica deliberata: il suo latino è molto lontano dal gusto asiano in voga nel II secolo avanzato e anche dall'arcaismo degli scrittori vicini alla corte, come il maestro di Marco Aurelio, Frontone appunto. Minucio non conosce le durezze e i tecnicismi di Tertulliano (Africano anch'egli, di Cartagine) e non condivide la simpatia per il sermo cotidianus di Apuleio (120-190 ca) di Madaura, in Numidia. |
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