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pixel_bianco >> "Il ritratto di Annibale. Livio XXI 4"  

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Francesca Razzetti
Commento

In questo brano Livio dipinge un magistrale ritratto di Annibale, si potrebbe dire "chiaroscurale": il cartaginese vi campeggia in tutta la sua grandezza come una figura energica, vitale, determinata, dotata di preziose qualità, ma funestata anche da tremendi vizi.

Manca la descrizione fisica del grande condottiero: in luogo di essa, Livio presenta la straordinaria somiglianza col padre Amilcare (par. 2), che immediatamente concilia al giovane Annibale le simpatie dei veterani (par. 1) e, nel lettore, fa accostare l'immagine di un vecchio e glorioso generale e quella di un giovanissimo, ma già abile dux. Tuttavia, le doti di Annibale sono tante e tali da conquistare l'appoggio incondizionato dei soldati, indipendentemente dalla parentela col non più rimpianto Amilcare (par. 3 e 4): egli era, infatti, audace e cauto al contempo, infaticabile e pervicace (par. 5), resistente alle intemperie, frugale (par. 6), umile fra i suoi commilitoni, ma coraggioso e forte in battaglia (par. 7 e 8).

Eppure, Annibale non è esente da vizi; e, ciò che più conta, fin dal suo primo apparire nella storia (primo statim adventu, par. 1), questo grande comandante si mostra affetto dai peggiori vitia possibili: quelli, cioè, opposti alle più importanti virtutes romane (par. 9). È pur vero che Livio stesso riconosce in Annibale grandi vizi accanto ad altrettanto grandi virtù (par. 10); ma, significativamente, sono i vizi a pesare di più, non solo perché compaiono alla fine del ritratto, in posizione enfatica, ma soprattutto perché sono sentiti come terribili dai Romani: ecco che il più temibile nemico dei Romani viene subito presentato come destinato, pur se da ultimo, a soccombere, in quanto incarna la negazione dell'etica tramandata dagli avi e posta a fondamento della res publica romana e della sua grandezza.

Esaminando con attenzione questo elenco di vizi, si nota che, in effetti, i vitia del cartaginese contraddicono le più importanti virtutes dei Romani, canonizzate da quei prisci mores che la letteratura latina, fin dalle sue origini (con Catone), aveva presentato come patrimonio d'inestimabile valore: tramandato dai maiores e via via di padre in figlio fino alle più giovani generazioni, esso costituiva una sorta di "morale laica" di un popolo, in cui tutti si riconoscevano e che veniva perpetuato per mantenere inalterato lo stile di vita degli avi, quello che aveva reso grande Roma.Allora si può osservare in questo paragrafo di Livio una serie di contrapposizioni:

• crudelitas inhumana vs humanitas, virtù che da Cecilio Stazio, attraverso Terenzio, fino a Cicerone costituiva una delle maggiori realizzazioni dello spirito romano;

• perfidia (da per negativo e fides)vs fides:se perfidia = mala fides ("malafede, slealtà"), allora il suo opposto è la bona fides, cioè la coscienza di operare secondo lo ius, rispettando la regolarità delle procedure, la lealtà degli impegni assunti; ma per Annibale non valeva nemmeno lo ius iurandum;

• nihil veri vs veritas, quella "sincerità" e "lealtà", quella "onestà" fondamentale in tutte le situazioni della vita, dall'amicitia al rispetto delle leggi e delle regole (anche non scritte);

• nihil sancti vs sanctitas, l"inviolabilità", la "sacralità" (relativamente a cose, persone, luoghi);

• nullus deum metus vs pietas, cioè la "devozione", il "sentimento religioso".

Nella chiusa convenzionale di questo capitolo IV, dunque, si rivela piuttosto chiaramente il carattere stereotipo della descrizione liviana di Annibale.


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