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pixel_bianco >> "Cicerone, Somnium Scipionis 27-28" (1/8)  

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Andrea Barabino

Nel Somnium Scipionis, che costituisce la parte conclusiva del De re publica - un'opera a noi giunta solo in frammenti di varia estensione - Cicerone immagina che a Scipione Emiliano appaia in sogno il nonno adottivo, Scipione Africano, per rivelargli verità trascendenti: l'ordinamento del cosmo, il destino ultraterreno e il connesso compito terreno che spetta all'uomo per meritare il premio del cielo. In questa cornice, dal forte afflato mistico, quasi in chiusura l'autore presenta due capitoli in cui ribadisce la fede nell'immortalità dell'anima. Per sostenere questa tesi, ricorre alla traduzione di un intero passo del Fedro di Platone (245c segg.), in cui è dimostrata l'immortalità dell'anima sulla base del principio di movimento. Solo ciò che è principio - argomenta Platone, seguito da Cicerone - non ha né inizio, né fine, quindi è eterno. Ciò che, invece, riceve impulso dall'esterno, poiché ne è dipendente, perisce quando l'impulso esterno cessa. Il passo, al di là del rilievo centrale che assume nel Somnium sotto il profilo filosofico, è interessante anche perché consente di seguire da vicino il "laboratorio" di traduzione dei termini filosofici dal greco in latino, un'operazione in cui Cicerone ha profuso notevoli energie in diverse opere. E' interessante, infine, notare come l'autore latino abbia a più riprese dimostrato attenzione per questo passo platonico, che torna anche nelle Tusculanae disputationes (1,53-54) e, in un accenno, nel Cato maior de senectute (78).


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