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Introduzione Il carme VIII presenta vari elementi interessanti, alcuni di novità e altri di continuità rispetto al resto del liber. Avviene qui, infatti, la prima rottura tra Catullo e Lesbia: si tratta quindi, per il poeta, della prima delusione; tuttavia, usualmente, lo stato d'animo di sconforto induce l'abbandono nostalgico al ricordo del passato. Nel testo, la rievocazione del passato si attua mediante alcune caratteristiche peculiari: innanzitutto, alla storicità delle azioni, ben impresse nella mente del poeta e ben connotate nel dettato poetico, corrisponde un'atmosfera più da favola che da realtà per quanto riguarda le determinazioni temporali (i tempi sono vaghi, non ben definiti: quondam, tum, cum, ibi). Inoltre, la nota dominante fino al v. 8 è la luce: il passato è stato per Catullo luminoso, radioso; per questo si susseguono notazioni cromatiche, per indicare lo splendore da sogno di quell'amore che ora, nel presente, non c'è più. Ancora, il poeta fornisce precise informazioni sulla sua relazione amorosa, ormai considerata trascorsa: dal testo apprendiamo infatti che Catullo è/era folle d'amore (l'ambiguo ineptire v. 1 vale per la follia del presente o anche del passato?), si recava spesso da Lesbia (ventitabas v. 4) ed era completamente nelle sue mani (quo puella ducebat v. 4), provava un amore autentico, profondo, esclusivo (v. 5); inoltre, possediamo alcuni elementi anche sulla natura degli incontri amorosi: i giochi d'amore erano vari (multa iocosa fiebant v. 6) e condivisi da entrambi (v. 7). Infine, quel futuro che balena impercettibilmente già al v. 5 (amabitur) fa la sua comparsa definitivamente al v. 13, per divenire il fulcro temporale e tematico dell'ultima parte: il poeta proietta nel futuro ciò che ha vissuto nel passato, dalla ricerca (requiret v. 13) alla preghiera (rogabit v. 13), dall'incontro (adibit v. 16) alla contemplazione della bellezza (cui videberis bella v. 16), dal sentimento (amabis v. 17) al possesso (cuius esse diceris v. 17), dai baci (basiabis v. 18) ai giochi d'amore (labella mordebis v. 18). Pertanto, la sua speranza di resistere, ripetuta a mo' di chiusa epigrafica al v. 19, è funzionale proprio a cancellare questo ricordo, sempre latente e persistente anche nello sguardo rivolto al futuro. Questo si potrebbe definire il carme del lamento, della nostalgia e dell'ostinazione: in pochi versi si passa da uno stato d'animo all'altro, con una logica in apparenza disinvolta, in realtà molto curata; in effetti, la poesia non è dettata dalla razionalità, ma dal sentimento del poeta e dal suo evolversi in una forma piuttosto che in un'altra. Eppure tra il passato, vissuto nella luce dell'amore, il presente, giocato sui perentori inviti a se stesso (spesso in forma negativa: desinas v. 1, noli v. 9, nec... vive v. 10), e il futuro della certezza di sé-incertezza di Lesbia (Catullo non la cercherà, ma Lesbia che farà?) vi è una perfetta, studiata circolarità temporale, che si riflette nella precisa struttura ad anello del carme (Ringkomposition): il testo si apre e si chiude con l'apostrofe per nome a se stesso (Catulle v. 1 ev. 19); i due versi 3 e 8, quasi identici, racchiudono il salto all'indietro del poeta, isolando così all'interno del carme il ricordo del passato; il poeta si autodefinisce "infelice per amore" al v. 1 e successivamente si autoinvita a non esserlo più (miser vv. 1 e 10); lo stesso ammonimento a resistere occorre due volte, significativamente al centro del carme, dopo la nostalgia del passato (obdura v. 11), e alla fine, dopo le domande angosciose sul futuro di Lesbia senza di lui (obdura v. 19). È degna di nota anche la ripetizione non solo di parole e inflessioni, ma addirittura di versi simili in un carme breve (vv. 3 ~ 8; vv. 12 ~ 19), per accentuarne il carattere di doloroso lamento, quasi di nenia. Oltre al ritmo franto, di cui si discute infra, il carme presenta anche una sintassi spezzata: le proposizioni sono brevi, le congiunzioni sono quasi del tutto assenti, dominano i segni d'interpunzione forti, il linguaggio è scabro e ripetitivo. La forma poetica è quella del soliloquio (cfr. i carmi 52, 73, 76): il poeta si parla; è importante sottolineare il fatto che il componimento non è pensato dall'autore, ma potenzialmente parlato, come mostrano sia i vocativi sia la lingua colloquiale, usata perfino nelle sue espressioni proverbiali (v. 2). La forma del dialogo con se stesso offre al poeta la possibilità di sondare a fondo il proprio animo, consentendo così introspezioni psicologiche del tutto nuove nella letteratura latina. Metro Coliambi, cioè trimetri giambici in cui, tuttavia, l'ultimo piede è sempre un trocheo o uno spondeo, anziché un giambo: nell'ultimo piede, dunque, l'ictus cade sulla prima lunga, determinando un improvviso spezzamento del ritmo. Il nome del verso, coliambo o anche scazonte, deriva appunto da xwlo&v = zoppo, oppure da ska&zwn = zoppicante, proprio perché il ritmo dell'ultimo piede "zoppica". Questo verso è poi noto anche col nome di ipponatteo, perché secondo la tradizione ne fu inventore il giambografo Ipponatte di Efeso (VI sec. a.C.). La cesura è pentemimera o, meno frequentemente, eftemimera; a volte le due cesure coesistono. In Catullo il V piede è sempre un giambo. Il coliambo è per eccellenza il ritmo dell'invettiva e della poesia realistica, ma Catullo lo utilizza, insieme al distico elegiaco, per esprimere la propria malinconia e per il dialogo con se stesso. Tuttavia, a differenza del distico elegiaco, il coliambo presenta un andamento franto che ben si adatta ad esprimere l'alternarsi di diversi stati d'animo e ha il ritmo del singulto disperato. |
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