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Nel racconto platonico degli ultimi momenti della vita di Socrate le forme verbali all'imperfetto e al presente descrivono il dolore dei discepoli, che rappresenta un elemento di continuità in tutta la scena e ne costituisce lo sfondo; i verbi all'aoristo evidenziano i momenti cruciali della narrazione, mentre le forme di perfetto rimarcano le irreversibili conseguenze del gesto con cui Socrate assume, serenamente, il veleno. Socrate beve la cicuta Kai\ a#m 0 ei0pw\n tau=ta e0pisxo/menoj kai\ ma/la eu0xerw=j kai\ eu0ko/lwj e0ce/pien. Kai\ h9mw=n oi9 polloi\ te/wj me\n e0pieikw=j oi{oi/ te h}san kate/xein to\ mh\ dakru/ein, w9j de\ ei!domen pi/nonta/ te kai\ pepwko/ta, ou0ke/ti, a0ll 0 e0mou= ge bi/a| kai\ au0tou= a0stakti\ e0xw/rei ta\ da/krua, w#ste e0gkaluya/menoj a0pe/klaon e0mauto/n < ou0 ga\r dh\ e0kei=no/n ge, a0lla\ th\n e0mautou= tu/xhn, oi#ou a0ndro\j e9tai/rou e0sterhme/noj ei!hn. 9O de\ Kri/twn e!ti pro/teroj e0mou=, e0peidh\ ou0x oi{o/j t 0 h}n kate/xein ta\ da/krua, e0cane/sth. 0Apollo/dwroj de\ kai\ e0n tw=| e!mprosqen xro/nw| ou0de\n e0pau/eto dakru/wn, kai\ dh\ kai\ to/te a0nabruxhsa/menoj kla/wn kai\ a0ganaktw=n ou0de/na o#ntina ou0 kate/klase tw=n paro/ntwn plh/n ge au0tou= Swkra/touj. 0Ekei=noj de/ "Oi{a, e!fh, poiei=te, w} qauma/sioi. 0Egw\ me/ntoi ou0x h#kista tou/tou e#neka ta\j gunai=kaj a0pe/pemya, i#na mh\ toiau=ta plhmmeloi=en: kai\ ga\r a0kh/koa o#ti e0n eu0fhmi/a| xrh\ teleuta=n. 0All 0 h9suxi/an te a!gete kai\ karterei=te". E appena dette queste cose, portatosi la coppa alle labbra con grande calma e di buon animo bevve fino in fondo. Fra noi i più fino ad allora erano stati in grado di trattenersi convenientemente dal piangere, quando però lo vedemmo che stava bevendo e poi che aveva terminato di bere, non fu più possibile trattenersi, ma anche contro la mia volontà le lacrime scorrevano abbondantemente, così che nascosto il volto nel mantello piangevo su me stesso - non certo su di lui, infatti, ma sulla mia sorte, considerando di quale amico io fossi rimasto privo. Critone, ancora prima di me, poiché non riusciva a trattenere le lacrime, balzò in piedi allontanandosi. Apollodoro poi anche nel tempo precedente non smetteva di piangere, ma in particolare in quel momento, scoppiato in singhiozzi, versando lacrime e gemendo gettò nello sconforto tutti i presenti, nessuno escluso, eccetto lo stesso Socrate. E quello disse: "Che cosa fate mai, miei curiosi amici! Invero soprattutto per questo io congedai le donne, perché non compissero tali atti sconvenienti; infatti ho sentito dire che bisogna terminare la vita con parole di buon augurio. Su, state calmi e fatevi forza." - Testo 2: Diodoro Siculo XV 87, 5-7
(Morte di Epaminonda) |