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pixel_bianco >> I sintagmi nominali espansi: la relativa  

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Mara Aschei
Ricapitolazione delle nozioni sulle relative greche

Ricapitoleremo soltanto le caratteristiche più comunemente illustrate nei manuali:

a.        il Greco pratica ampiamente la prolessi della relativa

b.       è utilizzato come pronome di ripresa del relativo prolettico il dimostrativo ou[toj "questo" (il pronome dimostrativo antecedente del relativo è quello)

c.        il Greco cambia il caso dell'antecedente in quello del relativo e viceversa (tale "scambio" è soprattutto praticato fra accusativo e genitivo)

d.       il Greco può "cancellare" l'antecedente o allontanarlo dal relativo

Si ritiene però opportuno aggiungere un paio di rilievi di norma trascurati nelle grammatiche ad uso degli studenti:

§         le relative libere (quelle cioè che sostituiscono un gruppo nominale in qualsiasi posizione) sono realizzate spesso in Greco dal participio sostantivato: non "vedere" l'articolo che precede il participio, trasformandolo in una circostanziale implicita, scardina la struttura della reggente, che viene a trovarsi priva di uno dei suoi componenti essenziali (spessissimo l'oggetto o addirittura il soggetto)

§         il plurale di o3sojè usato spesso come pronome doppio paragonabile al nostro CHI: o3soi= omnes qui e soprattutto o3sa= omnia quae

§         il pronome o3stij, di solito etichettato come "indefinito relativo", nella prosa attica di V e IV secolo funzione semplicemente come il nostro CHI, cioè come pronome doppio che introduce una relativa libera

A conclusione della breve ricapitolazione, si propone qualche semplice strategia didattica:

  1. spiegare ai ragazzi che la fisionomia del pronome relativo doppio italiano CHI (che ammette prolessi e "attrazione" del caso, cumulando le funzioni sintattiche) è estesa dal Greco a tutti i pronomi relativi, in ogni caso, genere e numero
  2. far osservare che nel Greco antico è ammessa una struttura del tipo: Ai quali amici ho regalato il libro, sono venuti a trovarmi. Sulla base della sintassi universale siamo in grado di capire il costrutto, pur per noi agrammaticale, pertanto
  3. è opportuno, ove la struttura della relativa greca sia difficile, decifrarla e riprodurla verbum de verbo, con l'avvertenza di
  4. usare di preferenza IL QUALE al posto di CHE, declinato e, quando neutro, accompagnato dalla parola COSA, per distinguerlo dal maschile e dal femminile

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commenti Giovanni Costa  ( giovannicosta50@alice.it)
PARATASSI, IPOTASSI E PRONOME RELATIVO. COORDINAZIONE. Finché l’uomo rimase nei gradi più bassi del proprio sviluppo spirituale, egli proferì il pensiero in frasi singole, separate l’una dall’altra e trascurò di presentare, anche nella forma esteriore, la coesione interna ed il rapporto reciproco dei pensieri. Ma quando, in seguito all’ulteriore progresso della vita spirituale degli uomini, la coesione interna del pensiero venne più chiaramente davanti allo spirito, allora essa sentì la necessità di manifestarsi anche nel discorso. Di conseguenza, la lingua creò parole che esprimono il collegamento della frase secondo espressioni omogenee e tali da rappresentare l’unità del pensiero. La grammatica denomina congiunzioni queste parole. Inizialmente, tuttavia, il modo di congiunzione della frase consistette solamente nel porre l’una accanto all’altra le varie frasi, con questo le frasi che, dapprima, stavano l’una accanto all’altra senza alcun collegamento ora, per mezzo delle congiunzioni, sono strettamente collegate l’una all’altra. Si può ritenere che tanto più semplici siano state originariamente queste forme di collegamento, tanto più, ora, esse siano sviluppate, tanto più che gli uomini hanno imparato a comprovare ed a considerare il pensiero l’uno in rapporto all’altro ed a portarlo a grande finezza, precisione e varietà. Ma, anche qui, lo spirito che investiga sempre di più, che penetra sempre più a fondo nel regno del pensiero e che aspira alla chiarezza, non poteva restare fermo. Ad esso non poteva rimanere nascosto di aver bisogno di un ulteriore passo per il perfezionamento della lingua. Dovette riconoscere che le frasi congiunte intimamente stavano in tal modo l’una rispetto all’altra, da presentare veramente l’unità di un pensiero, ma, che, tuttavia, ognuna stava vicino all’altra in maniera completamente indipendente, come: “Socrate era molto saggio e Platone era molto saggio”; dovette riconoscere che, in alternativa, esse stavano l’una rispetto all’altra in tal modo da essere completamente intrecciate, poiché l’una aderiva e dipendeva dall’altra e, da questa, veniva quasi portata, l’una completava o determinava più precisamente la frase a lei vicina, l’altra precedeva la frase a lei prossima come un membro dipendente e sottoposto. Per distinguere quest’ultima relazione da quella precedente, si formò, quindi, nella lingua, una nuova forma di congiunzione, per mezzo della quale, la frase che completa o definisce viene presentata come un singolo concetto, come una singola parte del discorso (sostantivo, aggettivo, avverbio) rispetto all’altra frase, mentre, per esprimere questo collegamento, venivano coniate speciali congiunzioni, così ad es. ὅτε τὸ ἔαρ ἦλθε, τὰ δένδρα θάλλει (quando è giunta la primavera, gli alberi sono in fiore.). La prima specie di collegamento si denomina coordinazione o paratassi e le congiunzioni impiegate per questo scopo, come καί, τέ, δέ, ecc., si denominano congiunzioni coordinanti o parole di collegamento; la seconda specie di collegamento si denomina subordinazione od ipotassi e le congiunzioni impiegate per questo scopo, come ὅτε, ὅτι, ὡς, εἰ, ecc., si denominano subordinanti o ipotattiche. Le congiunzioni, sia coordinanti che ipotattiche, servono propriamente solo a congiungere frasi complete; quando, però, più frasi hanno dei singoli termini in comune, allora il membro comune viene espresso, ordinariamente, solamente una volta. Per mezzo di ciò, le frasi vengono riunite in un’unità. Es. Σωκράτης ἦν σοφὸς καὶ Σωκράτης ἦν ἀγαθός = Σωκράτης ἦν σοφὸς καὶ ἀγαθός. Per la forma grammaticale del collegamento, tutte le frasi coordinate sono uguali l’una rispetto all’altra; esse tutte vengono considerate come frasi grammaticalmente principali; però, per il loro contenuto, per la loro relazione logica interna, esse possono, anche, essere differenti. Allora, ogni pensiero che aderisca al suo contenuto dopo un altro pensiero e che formi una parte integrante dello stesso, può essere espresso in una frase coordinata, come questo, inizialmente, è sempre accaduto, per esempio, “è sorto il giorno ed i nemici si ritirarono”. PARATASSI IN LUOGO DI IPOTASSI. In parte si comprende di per sé che la congiunzione delle farsi secondo paratassi o coordinazione, era, in origine, presente in tutte le lingue, in parte, anche, ciò risulta chiaramente dal fatto che tutte lingue, in origine, possedevano solamente una forma, comune, per il pronome dimostrativo e per quello relativo, come pure per gli avverbi dimostrativi e relativi e per le congiunzioni, cioè la forma dimostrativa; questo poiché il dimostrativo serviva a rimandare anaforicamente ad un concetto della frase che venisse prima o, anche, a tutta la frase. Negli esempi seguenti, due frasi principali sono, come origine, alla base di una composizione di frasi: Διὸς πειθώμεθα βουλῇ, ὃς πᾶσι θνητοῖσι καὶ ἀθανάτοισιν ἀνάσσει. (IL. XII, 241s) (obbediamo al volere di Zeus, che degli uomini tutti è signore e degli dei.) Da un punto di vista antico, “dobbiamo ubbidire al decreto di Zeus; il quale è Signore.” e, ἔναι’ ἐνὶ Θήβῃς Αἰγυπτίῃς, ὅθι πλεῖστα δόμοις ἐν κτήματα κεῖται (OD. IV, 127) (a Tebe egizia abitava, dove a casa vi sono dovizie in grande abbondanza;) Da un punto di vista antico: “egli abitava a Tebe; colà vi sono molti tesori.” Siccome, però, senza dubbio già ben presto la seconda frase fu sentita come logicamente subordinata, in quanto che essa presenta una determinazione più precisa (complementare, causale, ecc.) della prima, ci si abituò tanto a ciò da impiegare il pronome e l’avverbio anaforici per mettere in relazione le frasi subordinate col risultato che l’impiego anaforico di ὅς venne completamente soppiantato dall’impiego relativo e che l’avverbio ὅθι, là, costà, venne abbassato ad essere una congiunzione. Sulla medesima strada, anche altri avverbi furono trasformati in congiunzione subordinanti, per esempio πρίν, originariamente “prima”, poi “prima che”, ad esempio, ἀλλὰ σὺ μὲν μήπω καταδύσεο μῶλον Ἄρηεος, πρίν γ’ ἐμὲ δεῦρ’ ἐλθοῦσαν ἐν ὀφθαλμοῖσι ἴδηαι, (IL. XVIII, 134s) (ma tu non entrare ancora nella battaglia di Ares, prima che tu mi veda con i tuoi occhi tornare.) Che, in origine, era, “prima almeno dovresti vedermi.” Spesso chi parla, nella prima frase, accenna al completamento, che gli sta già davanti nella sua mente, per la seconda frase, ad esempio, ὄμοσσον ἦ μὲν τοὺς ἵππους τε καὶ ἅρματα ποικίλα χαλκῷ δωσέμεν, οἳ φορέουσιν ἀμύμονα Πηλεΐωνα, (IL. X, 321ss) (giurami, invero, che darai i cavalli ed il carro ornato di bronzo che portano l’irreprensibile Achille.) Alla medesima maniera, nella quale, al tempo dei primordi della lingua greca, ὅς, ἥ, ὅ, divenne , da pronome anaforico, pronome relativo, il dimostrativo ὁ, ἡ, τὸ, che, nella base greca, era parimenti un simile anaforico, ha ottenuto, insieme con i pronomi ed avverbi τόσος, τόθι, τόφρα, τέως, appartenenti alla medesima stirpe, accanto al suo significato originale, un molteplice valore relativo; ad esempio, Ξάνθον καὶ Βαλίον…….τοὺς ἔτεκε……Ποδάγρη. (IL. XVI, 149s) (Xanto e Balio.. che aveva Podagre generati.) πρόσθε μὲν ἡνίονοι ἕλκον τετράκυκλον ἀπήνην, τὰς Ἰδαῖος ἔλαυνε….. (IL. XXIV, 324) (Il carro a quattro ruote davanti tiravano i muli, che Ideo guidava…) FRASI PRINCIPALI E FRASI SUBORDINATE. Quando le frasi che si collegano l’un l’altra presentano l’unità d’un pensiero, esse stanno in tal modo nel loro rapporto reciproco che l’una inerisce all’altra come un membro dipendente e solamente complementare, oppure dipende da esso e, da questo, viene supportata, in modo che ambedue sono intrecciate assai intimamente l’una all’altra; quindi la congiunzione delle frasi stesse può essere espressa dalla lingua in una doppia maniera. Vale a dire, o la lingua non tiene conto del rapporto interno delle frasi e le mette in fila o senza alcun vincolo o per mezzo di congiunzioni coordinanti, come: τέ, δέ, ecc.. Questa è la forma originale di collegamento delle frasi che si trova nelle lingue, ad es.; τὸ ἔαρ ἐπεγένετο, τὰ δένδρα θάλλει → τὸ ἔαρ ἐπεγένετο, τὰ δὲ δένδρα θάλλει. Ovvero la lingua cerca di esprimere il rapporto interno delle frasi per mezzo di speciali congiunzioni che lo dimostrino, come γάρ, οὖν, ἄρα, ecc. ad es. τὰ δένδρα θάλλει· τὸ γὰρ ἔαρ ἐπεγένετο; ovvero, infine, essa cerca di così esprimerlo per mezzo del collegamento delle frasi in modo che la frase che ha il suo significato conformemente ad una singola e più particolareggiata determinazione o ad un completamento dell’altra, spicchi chiaramente, anche esteriormente, già guardando la forma, come un membro subordinato, dipendente, che solamente determina o completa l’altra frase, ad es. ἐπεὶ τὸ ἔαρ ἐπεγένετο, τὰ δένδρα θάλλει. Questa specie di congiunzione, colla quale la lingua consegue il suo vero perfezionamento, si denomina congiunzione subordinante. La sua natura consiste anche in questo che, per mezzo di essa, due o più frasi vengono fuse in un’unità, poiché una frase in tal modo accoglie in sé la o le frasi che contribuiscono al suo contenuto secondo singole determinazioni o secondo integrazioni della stessa, come se fossero parti da lei dipendenti ed ad essa quasi rapportate, le quali, tutte insieme, formano un’unità organica della forma e formulano un unico pensiero di chi parla. La frase cui appartiene l’altra come un membro di integrazione o di determinazione, viene denominata frase principale, mentre la frase che completa o determina si denomina subordinata ed ambedue, insieme, formano una frase composta, per es. “l’uomo, che venne dal campo nemico, quando si faceva notte, annunziò a Ciro che il nemico era fuggito”, qui si ha: “l’uomo annunciò” – frase principale; le rimanenti frasi sono subordinate. Ogni frase principale, quando sia riferita ad un’altra frase e sia fatta dipendere da questa, diventa, in relazione ad essa, una frase subordinata. A dir il vero, ogni frase subordinata esprime anche un pensiero particolare, contiene i medesimi elementi che, di necessità, sono indispensabili per la formazione della frase principale (soggetto e predicato) e forma, sotto questo riguardo, una frase completa; però il pensiero in essa espresso non sta in piedi da solo ed indipendentemente, ma forma solamente un membro, una determinazione più precisa od un supplemento della frase principale. Giacché le frasi subordinate sono solamente membri che determinano o completano la frase principale e, così, quasi solamente, presentano idee nella forma d’una frase, allora esse, conformemente ai loro rapporti grammaticali colla frase principale, corrispondono alle parti ed agli elementi della frase semplice, che viene espressa per mezzo del sostantivo, dell’aggettivo e dell’avverbio e, quindi, esse si possono distinguere in frasi – sostantivo, frasi – aggettivo e frasi – avverbio. In quanto che, ora, le frasi subordinate hanno, nella frase composta lo stesso valore grammaticale che hanno il sostantivo, l’aggettivo e l’avverbio nella frase semplice, esse possono essere considerate sostituti, scritti in un altro modo, di un sostantivo, di un aggettivo e di un avverbio. Come, essi, assai frequentemente, si possono ampliare in frasi subordinate, proprio così, le frasi subordinate si possono ricondurre ad un sostantivo, ad un aggettivo o ad un avverbio. In una frase completa, perfetta e semplice si distinguono cinque elementi: soggetto, attributo, oggetto, avverbio, e predicato. Tutti questi elementi, ad eccezione del predicato, del quale, in quanto base della frase, alla quale si collegano i rimanenti elementi della frase stessa, non è permesso nessun cambiamento, si possono esprimere anche per mezzo di frasi subordinate: a) Frase - sostantivo come soggetto, ὅτι Κῦρος τοὺς πολεμίους ἐνίκησεν, ἐπηγγέλθη. (si annunciò che Ciro aveva vinto i nemici.) b) Frase – aggettivo, Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ πλάγχθη, (OD. I, 1) (L’uomo d’ingegno sagace raccontami, o Musa, che a lungo errò,) c) Frase – sostantivo come oggetto, Οὗτοι ἐπήγγειλαν, ὅτι Κῦρος τέθνηκεν (SEN. AN. B, I, 3) (Costoro annunciarono che Ciro era morto.) d) Frase avverbiale, come avverbio o formulazione avverbiale, per esempio, una preposizione col suo caso, ἐπειδὴ ἐτελεύτησε Δαρεῖος, Τισσαφέρνης διαβάλλει τὸν Κῦρον πρὸς τὸν ἀδελφόν (SEN. AN. A, I, 1) (dopo la morte di Dario, Tissaferne screditò Ciro presso il fratello.) Nella lingua greca, poiché essa è sintetica, molto frequentemente, al posto delle frasi subordinante, si usano i participi; altre lingue, invece, a causa della mancanza dei participi, devono impiegare, più frequentemente, le frasi subordinate. La lingua greca, a ragione dell’impiego dei participi, ha una gran buona qualità riguardo alla concisione, alla facilità d’impiego ed all’agilità d’espressione, però, essa è inferiore ad altre, ad esempio al tedesco, riguardo alla precisione dell’espressione, per cui si dice, talvolta, che il tedesco è la lingua dei filosofi ed il greco quella dei poeti. Poiché, mentre le espressioni participiali solamente accennano il rapporto indeterminato, le frasi subordinante si presentano nella maniera più chiara, giacché la particolare specie di rapporto della frase subordinata colla reggente principale, viene presentata in maniera determinata non solamente per mezzo della congiunzione che la introduce, ma viene anche espressa per mezzo della flessione del predicato, del rapporto di tempo e di modo nel quale essa sta rispetto alla concezione di chi parla. La lingua indica il rapporto di subordinazione in cui la frase dipendente sta rispetto alla principale per mezzo di congiunzioni che si denominano subordinanti. Le congiunzioni sono, in un certo qual modo, le preposizioni della frase, poiché, come le preposizioni mostrano i rapporti di una singola idea (sostantivo), così le congiunzioni indicano le idee di un intero pensiero (frase). Anche il pronome relativo fa parte delle congiunzioni subordinanti ed esso, nella frase – aggettivo, ha il significato della flessione di un aggettivo o di un participio. Il pronome relativo e le restanti congiunzioni sono, per la maggior parte, correlativi, questo significa relativi che stanno in reciproco rapporto con dimostrativi nella frase principale. Poiché questi si toccano l’un l’altro, in questo modo, come due membri (dagli antichi denominati ἄρθρα, articoli, cioè articolazioni, per mezzo delle quali vengono congiunti gli elementi di una compagine di frasi), essi sono adatti a mostrare al meglio il legame organico della frase subordinata colla principale, es., οὗτός ἐστιν ὁ ἀνὴρ, ὃν εἶδες (questo è l’uomo che vedi) Ὅτε ὁ Κῦρος ἦλθε, τότε πάντες ἐχάρησαν (Quando venne Ciro, allora tutti si rallegrarono) Spesso, al posto di una sola delle due forme correlative così corrispondenti, sta un’altra forma, in realtà diversa, però di significato affine; così, quante innumerevoli volte, per esempio, in Omero, ὅτε e τόφρα; ὅφρα…..τότε; ἦμος…….τότε e le forme similari. In tal modo, anche un sostantivo può stare al posto della forma dimostrativa correlativa, come: ἐν τούτῳ τῷ χρόνῳ, ὅτε. Tuttavia, quando il rapporto reciproco non debba venir messo in rilievo con energia, comunemente il dimostrativo non viene espresso in maniera speciale, come, ἔλεξεν, ὅτι ὁ ἄνθρωπος ἀθάνατός ἐστιν (disse che l’uomo è immortale). La forma del dimostrativo, o veramente espresso o, anche, solamente concepibile nella frase principale, determina la specie della frase subordinata. Il dimostrativo – sostantivo allude ad una frase sostantivo, l’aggettivo ad una frase aggettivo, l’avverbiale ad una frase avverbiale. Le stesse frasi subordinate, però, hanno anche uno speciale contrassegno, per mezzo del quale esse si distinguono l’una dall’altra, vale a dire la congiunzione che le introduce e la costruzione con essa combinata. Tuttavia le congiunzioni introduttive e la costruzione che ad esse si accompagna non sono sempre contrassegni infallibili della particolare specie della frase subordinata. Così, le frasi subordinate introdotte da ὥστε hanno, pur con uguale costruzione, ora il significato avverbiale del modo e della maniera, come, οὕτω καλός ἐστιν, ὥστε θαυμάζεσθαι, (è così bello, da essere ammirato,), ora esse hanno il significato di un sostantivo che stia all’accusativo o di un infinito, come, ἀνέπεισε Ξέρξην, ὥστε ποιέειν ταῦτα (EROD. VII, 6) (o, ἀνέπεισε Ξέρξην ποιέειν), inoltre, le frasi subordinate, introdotte da ὅπως, per simile costruzione, ora hanno il significato di una frase sostantiva, οἱ γονεῖς ἐπιμελοῦνται, ὅπως οἱ παῖδες αὐτοις γένωνται ὡς δυνατὸν βέλτιστοι, (XENOPH. COMM. 2,2,6) (i genitori si prendono cura affinché i loro figli siano, quanto possibile, ottimi,), ora esse hanno il significato di una frase finale avverbiale, Πολλοὶ ἐπιθυμοῦσιν ἄρχειν, ὅπως πλείω λαμβάνωσιν. (Molti desiderano essere governanti, per impossessarsi di una maggiore quantità di beni.). In questo caso, solo il dimostrativo che, sia collocato nella frase principale o principalmente o per completamento, può indicare la particolare specie della frase, così, per esempio, οὕτω (dimostrativo avverbiale) καλός ἐστιν, ὥστε θαυμάζεσθαι. (è così bello, da essere ammirato.) Ἀνέπεισε Ξέρξην τοῦτο (dimostrativo sostantivo), ὥστε ποιέειν ταῦτα. (persuase Serse a fare queste cose.). FRASI – AGGETTIVO INTRODOTTE MEDIANTE IL PRONOME RELATIVO. Le frasi – aggettivo esprimono l’aggettivo od il participio e mostrano, come l’aggettivo, una più precisa determinazione di un sostantivo. Esse vengono introdotte per mezzo di un pronome relativo, Ἀνήρ, ὅς μάλα πολλὰ ἐπλάγχθη = ἀνὴρ μάλα πολλὰ πλαγχθείς (Un uomo, che errò assai grandemente) Perciò, spesso, una frase – aggettivo coordinata mediante la congiunzione καί, corrisponde ad un aggettivo che preceda, οἱ παρὰ τούτου λόγοι τότε ρηθέντες καὶ δι’ οὓς ἀπαντ’ ἀπώλετο· (DEM. 18, 35) (i discorsi da lui detti in quell’occasione, a causa dei quali tutte le cose andarono in rovina;), e, μεγάλων εὐεργεσιῶν……μετρίων δὲ καὶ ὧν εἰρήνῃ τις καὶ πολιτείᾳ δυναιτ’᾿ἂν ἐφικέσθαι. (DEM. 20, 121) (dei grandi benefici… mentre di quelli modesti, ai quali si può giungere in tempo di pace e nella vita civile.) Il rapporto reciproco, nel quale il sostantivo sta colla frase aggettivo e questa sta con quello, può essere espresso col fatto che un pronome – dimostrativo o l’articolo ὁ, ἡ, τὸ, che stiano in una frase principale, accennano ad un pronome – aggettivo relativo che stia nella frase subordinata e, nuovamente, questo rimanda a quello, come, οὗτος ὁ ἀνήρ, ὃν εἶδες, τὸ ρόδον, ὃ εἶδες. Talvolta, però, il relativo semplice, si riferisce ad un pronome τοιοῦτος che lo precede, come, ὅταν τοιαῦτα λέγῃς, ἃ οὐδεὶς ἂν φήσειεν ἀνθρώπων. (PL. Gorg. 473e). (quando dici cose tali che nessuno degli uomini potrebbe confermare). Ἐν τοιούτῳ ἐχόμεθα ἐν ᾧ ἀνάγκη πάντα μεταστρέφοντα λόγον βασανίζειν (PL. Thaet. 191c). (Ma noi ci troviamo in una situazione tale che occorre mettere alla prova un ragionamento che rivolta ogni cosa.) Nonché, altre volte, il pronome ὅς spesso mostra la qualità e si distingue poco da οἷος, es., οὐδένα (sott. τρόπον διαλέξομαι) ὤν γε, ὅς εἰμι. (PL. Thaet. 197a). (non parlerò in nessun modo, dato che sono quello che sono.). L’articolo ὁ, ἡ, τὸ, originariamente, aveva non solamente, cioè quando è di per sé, ma anche quando è unito ad un sostantivo, significato dimostrativo. In quanto che, ora, il pronome relativo ὅς, ἥ, ὅ, correla coll’articolo dimostrativo ὁ, ἡ, τὸ, ed ambedue si toccano l’un l’altro come due termini d’un articolazione, gli antichi grammatici denominarono ambedue, molto giustamente, ἄρθρα e, precisamente, il pronome relativo, articolo postpositivo e l’articolo, articolo prepositivo (Dionys. Thrax. ARS GRAMM.). Però, quando il soggetto al quale si riferisce il pronome relativo, deve essere inteso come un elemento generale, si ometterà l’articolo ed il pronome relativo si riferirà immediatamente al sostantivo, come, ἀνήρ, ὅς καλός ἐστιν (= ἀνὴρ καλός). Quando il pronome relativo si riferisce ad un pronome personale, questo fa le veci del dimostrativo, in questo modo, ἐγώ, ὅς; σύ, ὅς; ecc. Sui pronomi dimostrativi non insiste nessuna intensità particolare, in questo caso essi vengono omessi ed il pronome relativo viene riferito alla persona espressa dal verbo mediante la sua flessione, ad esempio, καλῶς ἐποίησας, ὅς ταῦτα ἔπραξας, (facesti bene a fare ciò.). Se non vi è nessun sostantivo al quale si riferisca, allora la frase – aggettivo che stia da sola, come l’aggettivo che stia senza sostantivo, ha il significato di un sostantivo, come, ἦλθον οἳ ἄριστοι ἦσαν = ἦλθον οἱ ἄριστοι (ἄνδρες). FRASI AVVERBIALI. Le frasi avverbiali corrispondono ad un avverbio o ad un’espressione avverbiale, per esempio, ad una preposizione col suo caso e, oltre a ciò, esse servono, come gli avverbi, a determinare con maggiore precisione il concetto del predicato. Le frasi avverbiali vengono congiunte alla principale per mezzo di congiunzioni relative, come οὗ, ὅτε, ὡς, ecc. Avverbi dimostrativi, nella frase principale, possono corrispondere alle congiunzioni relative della subordinata, per la qual cosa, ambedue le frasi, la principale e la subordinata, sono fuse in un’unità, come, ὅτε Κῦρος ἦλθε, τότε οἱ στρατιῶται πρὸς τὴν πορείαν παρεσκευάσαντο. (Quando giunse Ciro, allora i soldati si prepararono alla marcia.) Ὡς ἔλεξας, οὕτως ἔπραξας. (Facesti come avevi detto.) Gli avverbi dimostrativi indicano la relazione nella quale viene concepita la frase avverbiale. Così come gli stessi avverbi dimostrativi, tra i quali si computano anche i pronomi dimostrat6ivi connessi con una preposizione ed impiegati in maniera avverbiale, esprimono o il rapporto del luogo, come ἐνταῦθα, ἐκεῖ; o quello del tempo, come, τότε; o quello del modo e della maniera, come, οὕτως; o la causalità, come, ἐκ τούτου, ἐπὶ τούτῳ; od il paragone, come, οὕτως, τοσοῦτον, τοσούτῳ; parimenti, i medesimi rapporti vengono espressi anche per mezzo delle frasi avverbiali. FRASI AVVERBIALI DELLA DETERMINAZIONE DI LUOGO. Le frasi avverbiali della determinazione di luogo, vengono introdotte per mezzo di appropriate congiunzioni di luogo, (σύνδεσμοι τοπικοί); οὗ, ᾗ, ὅπῃ, ὅπου, ἔνθα, ἵνα, (per lo più poetico, ubi); ὅθεν, ἔνθεν (unde); οἷ, ὅποι, ᾗ, ὅπῃ (quo) ed esse esprimono, come gli avverbi di luogo, i tre rapporti di luogo, dove (ubi), da dove (unde), verso dove (quo). Avverbi dimostrativi di luogo nella frase principale corrispondono ad avverbi relativi di luogo nella frase subordinata, come, ἐνταῦθα, ἐκεῖ, ἐκεῖσε, ταύτῃ. Es., ἐν δὲ λιμὴν εὔορμος, ἵν’ οὐ χρεὼ πείσματός ἐστιν, (OD: IX; 136) (In un porto sicuro, dove non c’è bisogno di gomene.). μέλλουσι γὰρ σε ἐνταῦθα πέμψειν, ἔνθα μή ποθ’ ἡλίου φέγγος προσόψει (SOF. Elec. 380s) (essi, infatti, intendono mandarti là, dove (avv. rel.) non vedrai mai lo splendore del sole.) FRASI AVVERBIALI DELLA DETERMINAZIONE DI TEMPO. Le frasi avverbiali della determinazione di tempo sono introdotte dalle seguenti congiunzioni; a) nel caso si esprima contemporaneità con la frase principale; ὅτε (cum), εὖτε = ὅτε, ὁπότε (indeterminato e generale come ὅτε, poiché ha preso in sé il tema dell’indefinito πο), ὡς , ecc. b) nel caso si esprima ciò che è antecedente a quanto detto nella frase principale; ἐπεί, ἐπειή, ἐπείτε, ἐπειδή (postquam). c) Nel caso si esprima ciò che è posteriore a quanto detto nella frase principale; πρίν, πρὶν ἤ (priusquam), ecc. Spesso avverbi dimostrativi nella frase principale corrispondono alle congiunzioni sopra menzionate, come ὅτε…….τότε; ἕως …..τέως ; πρὶν…..ἤ; ὡς ……ὥς (cum….tum), es. ὡς δ’ ἴδεν, ὥς μιν ἔρως …..ἀμφεκάλυψεν, (IL. XIV, 294) (appena la scorse, l’amore gli avvolse) Vi sono ancora molti tipi di frasi avverbiali: causali, condizionali o ipotetiche, concessive, del modo, del paragone, della qualità, della quantità, della conseguenza o consecutive. Da GRIECHISCHE GRAMMATIK, aut. R. Kuhner, B. Gerth
Commento inserito il: 26/08/2006 17.08.03

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