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pixel_bianco >> Capire i forici e i deittici: riconoscere i valori di au)to/j  

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Mara Aschei
Ricapitolazione delle nozioni sui dimostrativi greci

Pronomi come ou[tov, o3de ed e)kei=nov possono:

  1. rimandare a elementi extratestuali e quindi al contesto comunicativo
  2. richiamare una parola all'interno del testo, che li precede – e allora sono epanalettici o anaforici – o che li segue – e sono allora prolettici o cataforici
  3. richiamare specificamente un pronome relativo, spesso in posizione prolettica

Il pronome au)to/v può:

a.     rimandare a un oggetto/persona già nominato nel testo (cioè può essere debolmente anaforico), con funzione analoga al pronome italiano di 3a persona, anche clitico

b.     enfatizzare il soggetto, di 3a ma anche di 1a e 2a persona, che si deduce dalla desinenza personale del verbo (come il pronome latino ipse, ma senza equivalenti italiani, se non il pronome "doppio" IO STESSO, TU STESSO ecc. che sovente preferiamo sostituire con locuzioni del tipo PROPRIO IO, PROPRIO TU o IO IN PERSONA, TU IN PERSONA ecc.)

c.     esprimere, quando è preceduto dall'articolo, un rapporto di identità con un elemento del testo (come il latino idem, ancora senza un equivalente italiano esatto e disambiguo: l'Italiano moderno non distingue fra STESSO e MEDESIMO, anzi ha pressoché cancellato MEDESIMO e interpreta LUI STESSO come PROPRIO LUI, non certo come "la medesima persona che è stata nominata prima e non un'altra")

Risulta dunque didatticamente fondamentale riflettere con attenzione sui dimostrativi greci e in modo specifico su au)to/v, che, pur rientrando nello stesso capitolo della grammatica, ricopre però più ruoli.

È possibile, con le dovute cautele critiche, suggerire agli allievi alcune semplici strategie, strumentali alla costruzione della bozza di traduzione:

1.      prestare la massima attenzione alla presenza dell'articolo davanti alle forme flesse di au)to/v e tenere presente come valore base il traducente LA STESSA/MEDESIMA PERSONA, LA STESSA/MEDESIMA COSA, con la distinzione chiara fra realtà animata e realtà non animata

2.      NON tradurre mai au)to/v – non preceduto da articolo - con QUESTO ma solo con LUI / LEI / LORO nei casi diversi dal nominativo: anche quando il valore sia enfatico, la esplicitazione del pronome personale italiano salva la comprensione del contesto

3.      ricordare che au)to/v le/gw, au)to/v le/geiv, au)toi/ le/gomen, au)toi/ le/gete significano: PROPRIO IO dico, PROPRIO TU dici, PROPRIO NOI diciamo, PROPRIO VOI dite ecc.

4.      mantenere pure i traducenti QUESTO per o3de e QUELLO per e)kei=nov: essendo il primo un deittico o un cataforico e rimandando il secondo a qualcosa di lontano dall'immediato contesto, essi approssimativamente equivalgono ai loro traducenti italiani

5.      osservare attentamente il ruolo svolto da ou[tov: il traducente QUESTO può non essere sempre adeguato. Abbiamo osservato, ad esempio, che in Italiano QUESTO non può fungere da antecedente di un relativo, mentre in Greco ou[tov compare spessissimo come anaforico di un relativo prolettico


 
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pixel_biancopath Commenti inseriti
commenti Giovanni Costa  ( giovannicosta50@alice.it)
I PRONOMI GRECI E’ un pronome la parte del discorso che sta al posto di un nome, secondo dimostrazione (deissi) o secondo anafora, ed alla quale non si unisce l’articolo. La deissi e la determinazione delle persone si estendono sino alla terza persona, infatti, i pronomi determinano le persone sia quando richiamano (anafora) in quanto le persone sono già state conosciute, sia quando dimostrano (deissi), in quanto le persone sono sotto la vista. Dunque, ogni pronome o è deittico o è anaforico, i pronomi della prima e della seconda persona sono solamente deittici, quelli della terza possono essere sia anaforici che deittici; deittici, quanti indicano un genere, ἐκεῖνος, ὅδε, οὗτος, eccettuato il pronome αὐτός, il quale diviene nuovamente dimostrativo qualora stia insieme a pronomi dimostrativi. I rimanenti pronomi sono anaforici, ἥ e ἵ, οὗ, οἷ, ἕ. La prima parte del discorso che proclama un’anafora è l’articolo, esso indica, infatti, una persona che viene ridetta. Allora, giustamente, il significato degli articoli, qualora siano posti dinanzi al nome, è distinto da quello dei pronomi prototipi che significano una deissi. I pronomi deittici significano una prima conoscenza, ἐγώ ἐγραψα, ὅδε ἔγραψεν; gli articoli, invece, significano una seconda conoscenza, ἄνθρωπος ἦλθεν (un uomo giunse), ὁ ἄνθρωπος ἦλθεην (l’uomo giunse), πλοῖον ἦλθε (una nave giunse), τὸ πλοῖον ἦλθε (la nave giunse), cioè ciò che era conosciuto anche antecedentemente. Non è, dunque, possibile che l’articolo sia preposto alla prima deissi, esso sarà, invece, liberamente posposto qualora si rifaccia alla precedente, ἐμε ὅν ἐτίμησας, me che tu cercasti. Il significato del pronome deittico (ὅδε, οὗτος, ἐκεῖνος), usato sia in maniera di sostantivo che di aggettivo, è locale, esso indica un oggetto che o si trova nelle vicinanze di chi parla (ὅδε, οὗτος) o è lontano da lui (ἐκεῖνος). L’originaria differenza tra ὅδε ed οὗτος è che ὅδε, questo, accenna ad un soggetto che si trova nell’immediata vicinanza di chi parla, esso, in tale modo, è veramente il dimostrativo della prima persona; οὗτος, iste, accenna ad un soggetto che, per vero ed ancora, si trova nell’ambito e nella vicinanza di chi parla, ma che non viene messo in rilievo come soggetto della veduta immediata, cioè come qualcosa che, sia alla seconda che alla terza persona, stia di fronte a chi parla. Ἐκεῖνος (ἐκεῖ), invece, costituisce un dichiarato antagonismo ad ὅδε ed ad οὗτος, ciò in quanto esso indica un soggetto che non si trova nell’ambito di chi parla. Ciò che vale per lo spazio, vale pure per il tempo. Così il tempo presente viene considerato da chi parla come qualcosa che si trovi nella sua vicinanza, il passato come qualcosa che sia da lui diviso e distante, come τῇδε τῇ ἡμέρᾳ, al giorno d’oggi, ταύτῃ τῇ ἡμέρᾳ che significa la stessa cosa, ma è meno energico, ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ, significa in quel giorno, passato congiunto. Il pronome anaforico per eccellenza è αὐτός, giacchè esso riferisce sempre a qualche persona precedentemente nominata. I pronomi οὗτος ed ἐκεῖνος, nell’anafora si riportano sempre in esso; infatti; la frase ἐκεῖνος ἐνίκησε, τοιγαροῦν αυτὸς τιμῆς μεταλήψεται, quello vinse, perciò egli riceverà onori, si pensa riguardo alla medesima persona. Ma ciò non avviene col pronome ἐκεῖνος e cogli altri deittici, infatti, αὐτὸς ἐνίκησε, τοιγαροῦν οὗτος χαρήσεται, egli vinse, perciò costui si rallegrerà; si pensano, infatti, due persone distinte. Ma ciò è avvenuto giacché i pronomi ἐκεῖνος ed οὗτος presentano la conoscenza immediata della persona, mentre il pronome αὐτός riporta una persona che viene rivoltata nell’animo o ripetuta. Giustamente, dunque, il pronome αὐτός è rivolto verso la deissi manifestata dalla parte del discorso εκεῖνος ma, certamente, i pronomi ἐκεῖνος e οὗτος, non possono essere riferiti al pronome αὐτός; la prima conoscenza avviene, infatti, per mezzo dei pronomi deittici. Così i pronomi si dividono in deittici ed anaforici. Essi, infatti, o si adottano qualora non si possano impiegare i nomi ed, allora, sono deittici, o qualora questi siano stati espressi ma non si possano impiegare nuovamente. Infatti, Ζευς δ’ἐπεὶ οὖν Τρῶάς τε καὶ Ἕκτορα νηυσὶ πέλασσε, ………………….. αὐτὸς δὲ πάλιν τρέπεν ὄσσε φαεινώ (ILIADE, XIII, 1-3) Poi ch’ebbe Ettore e i Teucri Zeus avvicinati alle navi……..e rivolse egli altrove gli occhi lucenti, se al posto di αὐτός (egli) fosse stata posta la parola Ζεύς, poiché essa porrebbe un nuovo inizio della frase, le due frasi non sarebbero più congiunte intorno a Ζεύς. Invero, l’essere impiegati in maniera anaforica è comune anche per i pronomi ἐκεῖνος, οὗτος ed ὅδε, κεῖνος ἀνήρ, ὅτ’ἐμεῖο κυνώπιδος (ODISS. IV, 145) quell’eroe, quando per questa mia faccia di cagna (prima menzionato) οὗτος ὁ Κροῖσος (EROD. I, 6) questo Creso (prima menzionato) τῆσδε δ’ἄν οὐ φθονέοιμι (ODISS. XIX, 348) a questa non vieterei (qualcuna, vecchia canuta, di cui al verso 346). Quindi, quando questi pronomi non indicano quanto è visibile, ma richiamano (anafora), si deve considerare che la loro deissi viene portata sul pensiero, cosicché, da una parte vi sono deissi di quanto si vede, dall’altra, invece, deissi del pensiero. I pronomi personali della terza persona, ἐκεῖνος, οὗτος ed ὅδε sono tutti stati fatti per loro natura per esprimere una relazione, la quale è pure una deissi, quantunque non sia una deissi di quanto stia sotto la vista ma una deissi del pensiero; infatti, colla nostra mente prendiamo la cognizione di quelle cose che vengano designate per mezzo dei pronomi di terza persona.
Commento inserito il: 17/07/2006 14.28.29

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