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pixel_bianco >> Capire i forici e i deittici: riconoscere i valori di au)to/j  

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Mara Aschei
Esame e interpretazione di testi brevi (frasi desunte da testi greci d'autore)

Testo n. 1

 (Qhrame/nhv) a)nasta\v le/gei o3ti e)a\n au)to\n e3lhsqe peri\ th=v ei)rh/nhv presbeuth\n au)tokra/tora, poih/sei w3ste mh/te tw=n teixw=n dielei=n mh/te a1llo th\n po/lin e)lattw=sai mhde/n […] peisqe/ntev de\ u(mei=v ei3lesqe e)kei=non presbeuth\n au)tokra/tora o$n tw|= prote/rw| e1tei strathgo\n xeirotonhqe/nta a)pedokima/sate  (Lisia, Contro Agorato 9-10 passim)

"(Teramene) levatosi in piedi, dichiara che, se sceglierete lui come ambasciatore con pieni poteri per il trattato di pace, farà in modo che delle mura non sia distrutto niente e che la città non subisca danno alcuno […]Voi vi lasciaste convincere e sceglieste come ambasciatore con pieni poteri lui che l’anno precedente, dopo l'elezione a stratego, avevate bocciato alla docimasia".

In questo caso l'eventuale traduzione errata di au)to/v con QUESTO introdurrebbe un personaggio altro nella situazione, distorcendola completamente: " Teramene … levatosi in piedi, dichiara che, se sceglierete questo come ambasciatore…". Il Latino impiegherebbe il riflessivo se.

)Ekei=nov riprende, con una debole enfasi, un elemento già nominato; funge inoltre da antecedente del pronome relativo che segue. Una resa troppo meccanica con QUELLO potrebbe però indurre in errore: la traduzione "sceglieste come ambasciatore con pieni poteri quello che, dopo l'elezione a stratego, avevate bocciato…" lascerebbe ancora intendere che "quello" e "Tereamene" sono la stessa persona?

Testo n. 2

e)gw\ toi/nun a)pofanw= Fi/lona toutoni\ peri\ plei/onov poihsa/menon th\n i)di/an a)sfa/leian h2 to\n koino\n th=v po/lewv ki/ndunon kai\ h(ghsa/menon krei=tton ei]nai au)to\n a)kindu/nwv to\n bi/on dia/gein h2 th\n po/lin sw|=zein  (Lisia, Contro Filone 7)

"io dunque dimostrerò che il qui presente Filone considerò più importante la propria sicurezza del rischio comune della città (= corso dalla città) e che ritenne meglio trascorrere lui la sua vita senza pericoli piuttosto che salvare la città".

Il valore deittico di ou[tov è esplicitato dalla forma con iota finale e non può essere ignorato nella traduzione, perché allude al contesto del dibattimento processuale in corso; au)to/v enfatizza il soggetto dell'infinito (come il latino ipse), per costruire un gioco retorico di opposizioni semantiche. Anche in questo caso una traduzione errata di au)to/v determinerebbe un'interpretazione fuorviante.

Testo n. 3

ou)k ou]n ai)sxro\n ei) ei)v tou=to kaki/av h3comen w3ste oi( pro/gonoi kai\ u(pe\r th=v tw=n a1llwn e)leuqeri/av diekindu/neuon, u(mei=v de\ ou)de\ u(pe\r th=v u(mete/rav au)tw=n tolma=te polemei=n; (Lisia, Sulla costituzione 11)

"non è dunque vergognoso se arriveremo a un punto tale di viltà che i nostri antenati rischiavano (la loro vita) anche per la libertà degli altri, e voi invece non osate combattere neppure per la vostra personale (libertà)?

Il pronome tou=to, seguito dal genitivo partitivo kaki/av, ha valore cataforico, cioè anticipa e chiarisce il valore della subordinata consecutiva introdotta da w3ste. La lingua italiana ha convenzioni proprie per rendere il senso del costrutto. Il pronome au)tw=n ha valore enfatico: non rappresenta un pronome di 3a persona plurale ("di loro"), che non avrebbe senso alcuno nel contesto, bensì sottolinea l'aggettivo possessivo u(mete/rav, che lo precede, e il soggetto di 2a persona plurale del verbo tolma=te, assegnando valore riflessivo al possessivo.

Testo n. 4

( h(gou=mai) . . . tou=ton me/ntoi dia\ tou=to mei/zonov timwri/av a1cion ei]nai tuxei=n o3ti mo/nov tw=n a1llwn politw=n ou) koinh\n a)lli)di/an th\n swthri/an zh/thsen (Licurgo, Contro Leocrate 67)

"(ritengo) che costui sia degno di una punizione più grave per questo motivo: che solo fra gli altri cittadini non cercò la salvezza comune ma la sua personale"

Osserviamo i due diversi impieghi dello stesso dimostrativo: deittico il primo, in accusativo maschile, forico o meglio cataforico il secondo, in accusativo neutro: il complemento di causa dia\ tou=to è spiegato dalla subordinata introdotta da o3ti.

Anche in questo caso la traduzione potrebbe non risultare del tutto banale: la lingua italiana, infatti, non ama i cataforici – e direbbe piuttosto: "(ritengo) che costui sia degno di una punizione più grave perché…" – e, per poterli utilizzare, deve avvicinarli il più possibile all'elemento che essi anticipano.

Pertanto il cataforico deve essere riconosciuto dentro la tessitura dell'originale greco, prima di procedere alla traduzione, per evitare che una resa imprecisa ("ritengo che costui per questo sia degno di una punizione più grave, che/perchè solo fra gli altri cittadini non cercò la salvezza comune ma la sua personale") oscuri ad esempio il senso della subordinata introdotta da o3ti o comunque ne tradisca il valore epesegetico.


 
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commenti Giovanni Costa  ( giovannicosta50@alice.it)
I PRONOMI GRECI E’ un pronome la parte del discorso che sta al posto di un nome, secondo dimostrazione (deissi) o secondo anafora, ed alla quale non si unisce l’articolo. La deissi e la determinazione delle persone si estendono sino alla terza persona, infatti, i pronomi determinano le persone sia quando richiamano (anafora) in quanto le persone sono già state conosciute, sia quando dimostrano (deissi), in quanto le persone sono sotto la vista. Dunque, ogni pronome o è deittico o è anaforico, i pronomi della prima e della seconda persona sono solamente deittici, quelli della terza possono essere sia anaforici che deittici; deittici, quanti indicano un genere, ἐκεῖνος, ὅδε, οὗτος, eccettuato il pronome αὐτός, il quale diviene nuovamente dimostrativo qualora stia insieme a pronomi dimostrativi. I rimanenti pronomi sono anaforici, ἥ e ἵ, οὗ, οἷ, ἕ. La prima parte del discorso che proclama un’anafora è l’articolo, esso indica, infatti, una persona che viene ridetta. Allora, giustamente, il significato degli articoli, qualora siano posti dinanzi al nome, è distinto da quello dei pronomi prototipi che significano una deissi. I pronomi deittici significano una prima conoscenza, ἐγώ ἐγραψα, ὅδε ἔγραψεν; gli articoli, invece, significano una seconda conoscenza, ἄνθρωπος ἦλθεν (un uomo giunse), ὁ ἄνθρωπος ἦλθεην (l’uomo giunse), πλοῖον ἦλθε (una nave giunse), τὸ πλοῖον ἦλθε (la nave giunse), cioè ciò che era conosciuto anche antecedentemente. Non è, dunque, possibile che l’articolo sia preposto alla prima deissi, esso sarà, invece, liberamente posposto qualora si rifaccia alla precedente, ἐμε ὅν ἐτίμησας, me che tu cercasti. Il significato del pronome deittico (ὅδε, οὗτος, ἐκεῖνος), usato sia in maniera di sostantivo che di aggettivo, è locale, esso indica un oggetto che o si trova nelle vicinanze di chi parla (ὅδε, οὗτος) o è lontano da lui (ἐκεῖνος). L’originaria differenza tra ὅδε ed οὗτος è che ὅδε, questo, accenna ad un soggetto che si trova nell’immediata vicinanza di chi parla, esso, in tale modo, è veramente il dimostrativo della prima persona; οὗτος, iste, accenna ad un soggetto che, per vero ed ancora, si trova nell’ambito e nella vicinanza di chi parla, ma che non viene messo in rilievo come soggetto della veduta immediata, cioè come qualcosa che, sia alla seconda che alla terza persona, stia di fronte a chi parla. Ἐκεῖνος (ἐκεῖ), invece, costituisce un dichiarato antagonismo ad ὅδε ed ad οὗτος, ciò in quanto esso indica un soggetto che non si trova nell’ambito di chi parla. Ciò che vale per lo spazio, vale pure per il tempo. Così il tempo presente viene considerato da chi parla come qualcosa che si trovi nella sua vicinanza, il passato come qualcosa che sia da lui diviso e distante, come τῇδε τῇ ἡμέρᾳ, al giorno d’oggi, ταύτῃ τῇ ἡμέρᾳ che significa la stessa cosa, ma è meno energico, ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ, significa in quel giorno, passato congiunto. Il pronome anaforico per eccellenza è αὐτός, giacchè esso riferisce sempre a qualche persona precedentemente nominata. I pronomi οὗτος ed ἐκεῖνος, nell’anafora si riportano sempre in esso; infatti; la frase ἐκεῖνος ἐνίκησε, τοιγαροῦν αυτὸς τιμῆς μεταλήψεται, quello vinse, perciò egli riceverà onori, si pensa riguardo alla medesima persona. Ma ciò non avviene col pronome ἐκεῖνος e cogli altri deittici, infatti, αὐτὸς ἐνίκησε, τοιγαροῦν οὗτος χαρήσεται, egli vinse, perciò costui si rallegrerà; si pensano, infatti, due persone distinte. Ma ciò è avvenuto giacché i pronomi ἐκεῖνος ed οὗτος presentano la conoscenza immediata della persona, mentre il pronome αὐτός riporta una persona che viene rivoltata nell’animo o ripetuta. Giustamente, dunque, il pronome αὐτός è rivolto verso la deissi manifestata dalla parte del discorso εκεῖνος ma, certamente, i pronomi ἐκεῖνος e οὗτος, non possono essere riferiti al pronome αὐτός; la prima conoscenza avviene, infatti, per mezzo dei pronomi deittici. Così i pronomi si dividono in deittici ed anaforici. Essi, infatti, o si adottano qualora non si possano impiegare i nomi ed, allora, sono deittici, o qualora questi siano stati espressi ma non si possano impiegare nuovamente. Infatti, Ζευς δ’ἐπεὶ οὖν Τρῶάς τε καὶ Ἕκτορα νηυσὶ πέλασσε, ………………….. αὐτὸς δὲ πάλιν τρέπεν ὄσσε φαεινώ (ILIADE, XIII, 1-3) Poi ch’ebbe Ettore e i Teucri Zeus avvicinati alle navi……..e rivolse egli altrove gli occhi lucenti, se al posto di αὐτός (egli) fosse stata posta la parola Ζεύς, poiché essa porrebbe un nuovo inizio della frase, le due frasi non sarebbero più congiunte intorno a Ζεύς. Invero, l’essere impiegati in maniera anaforica è comune anche per i pronomi ἐκεῖνος, οὗτος ed ὅδε, κεῖνος ἀνήρ, ὅτ’ἐμεῖο κυνώπιδος (ODISS. IV, 145) quell’eroe, quando per questa mia faccia di cagna (prima menzionato) οὗτος ὁ Κροῖσος (EROD. I, 6) questo Creso (prima menzionato) τῆσδε δ’ἄν οὐ φθονέοιμι (ODISS. XIX, 348) a questa non vieterei (qualcuna, vecchia canuta, di cui al verso 346). Quindi, quando questi pronomi non indicano quanto è visibile, ma richiamano (anafora), si deve considerare che la loro deissi viene portata sul pensiero, cosicché, da una parte vi sono deissi di quanto si vede, dall’altra, invece, deissi del pensiero. I pronomi personali della terza persona, ἐκεῖνος, οὗτος ed ὅδε sono tutti stati fatti per loro natura per esprimere una relazione, la quale è pure una deissi, quantunque non sia una deissi di quanto stia sotto la vista ma una deissi del pensiero; infatti, colla nostra mente prendiamo la cognizione di quelle cose che vengano designate per mezzo dei pronomi di terza persona.
Commento inserito il: 17/07/2006 14.28.29

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