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Monica Molfino

Testo n° 3

Isocrate, Elena, 54

Nel brano appare predominante l'uso del tempo presente, dal momento che il retore esamina atteggiamenti e tendenze che considera connaturati all'uomo e quindi costanti. In questo tessuto temporale-aspettuale piuttosto uniforme risaltano le forme di aoristo e di perfetto. I verbi all'aoristo sottolineano azioni che rappresentano punti di svolta sul piano conoscitivo (gnw=nai,gnoi&hn) o del comportamento (tuxei=n, a)nagka&swsin, i)do&ntev); le forme di perfetto evidenziano invece la condizione di persone o cose che dall'influsso della bellezza (o al contrario dall'assenza di essa) hanno ricevuto un'impronta profonda e una caratterizzazione permanente.

Il fascino della bellezza

Ka/lloj semno/taton  kai\ timiw/taton kai\ qeio/taton tw=n o!ntwn e0sti/n.  9Ra/|dion de\ gnw=nai th\n du/namin au0tou=: tw=n me\n ga\r a0ndri/aj h@ sofi/aj h@ dikaiosu/nhj mh\ metexo/ntwn polla\ fanh/setai timw/mena ma=llon h@ tou/twn e#kaston, tw=n de\ ka/llouj a0pesterhme/nwn ou0de\n eu9rh/somen a0gapw/menon a0lla\ pa/nta katafronou/mena, plh\n o#sa tau/thj th=j i0de/aj kekoinw/nhken, kai\ th\n a0reth\n dia\ tou=to ma/list 0 eu0dokimou=san, o#ti ka/lliston tw=n e0pithdeuma/twn e0sti/n. Gnoi/h d 0 a!n tij ka0kei=qen o#son diafe/rei tw=n o!ntwn, e0c w{n au0toi\ diatiqe/meqa pro\j e#kaston au0tw=n. Tw=n me\n ga\r a!llwn w{n a@n e0n xrei/a| genw/meqa, tuxei=n mo/non boulo/meqa, peraite/rw de\ peri\ au0tw=n ou0de\n th=| yuxh=| prospepo/nqamen: tw=n de\ kalw=n e!rwj h9mi=n e0ggi/gnetai, tosou/tw|  mei/zw tou= bou/lesqai r9w/mhn e!xwn o#sw| per kai\ to\ pra=gma krei=tto/n e0stin. Kai\ toi=j me\n kata\ su/nesin h@ kat 0 a!llo ti proe/xousin fqonou=men, h@n mh\ tw=| poiei=n h9ma=j eu} kaq 0 e9ka/sthn th\n h9me/ran prosaga/gwntai kai\ ste/rgein sfa=j au0tou\j a0nagka/swsin: toi=j de\ kaloi=j eu0qu\j i0do/ntej eu}noi gigno/meqa kai\ mo/nouj au0tou\j w#sper tou\j qeou\j ou0k a0pagoreu/omen qerapeu/ontej.

La bellezza è la più ammirabile, la più preziosa e la più divina delle cose. Ed è facile giungere a comprendere la sua potenza: infatti risulterà evidente che le realtà che pure non hanno in sé una parte di virtù o di sapienza o di giustizia sono apprezzate più di ciascuno di questi valori, mentre riscontreremo che delle realtà che sono rimaste prive di bellezza nessuna è amata, ma tutte sono disprezzate, eccetto quante siano entrate in contatto con questa forma ideale, e riscontreremo anche che la virtù è così rinomata soprattutto per il fatto che è la più bella fra tutti gli oggetti di dedizione. Ancha a partire da un altro punto di vista si potrebbe comprendere quanto la bellezza si distingua dagli altri beni, considerando cioè gli atteggiamenti che noi assumiamo verso ciascuno di essi. Infatti, degli altri beni di cui ci troviamo ad aver bisogno, noi vogliamo soltanto entrare in possesso, ma non ne restiamo più a lungo toccati nell'animo. Invece delle cose belle sorge in noi un amore, che è dotato di forza di desiderio tanto più grande, quanto più pregevole è l'oggetto d'amore. Inoltre nei confronti di coloro che si distinguono in intelligenza o in qualche altra caratteristica noi proviamo invidia, a meno che essi beneficandoci di giorno in giorno non ci attraggano a sé e non ci costringano ad amarli; invece nel momento stesso in cui vediamo delle persone belle diventiamo ben disposti nei loro confronti e soltanto a loro, come a divinità, non ci esimiamo dall'attribuire venerazione.

 - Testo 1: Platone, Fedone, 117 c-e (Socrate beve la cicuta)
 - Testo 2: Diodoro Siculo XV 87, 5-7 (Morte di Epaminonda)
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commenti Giovanni Costa  ( giovannicosta50@alice.it)
I TEMPI GRECI I Presente. Il presente dell’indicativo indica una presenza, qualcosa che accade nel presente di chi parla, un’azione che si sviluppa nella sua presenza. L’impiego del presente, in Greco, corrisponde, per lo più a quello delle altre lingue, in quanto che; a). Esso esprime un’azione che si compie nel campo visivo di chi parla; ἱκετεύομεν σε πάντες, (noi tutti ti supplichiamo), b). Esso indica un’azione ripetuta presentemente, una condizione che dura al presente; Σωκράτης ἔφη‧ οἱ νέοι πολλάκις ἐμε μιμοῦνται καὶ ἐπιχειροῦσιν ἄλλους ἀξετάζειν. (Socrate disse; spesso i giovani mi imitano ed intraprendono ad interrogare gli altri.). Δύο βασιλεῖς ἄρχουσιν τῆς Σπάρτης. (Due re governano a Sparta.). Οἱ Ἀθηναῖοι ἑκάστου ἔτους θεωρίαν πέμπουσιν εἰς Δῆλον. (Ogni anno gli Ateniesi mandano a Delo una sacra ambasceria.). c). Esso esprime un’azione generale che vale per tutti i tempi; ὁ ἄνθρωπος θνητός ἐστιν. (L’uomo è mortale.). Si deve, tuttavia, rilevare che il presente non contiene in sé né il concetto della durata né quello della sua ripetizione, ma presenta l’azione nel suo sviluppo davanti agli occhi. Spesso il presente viene impiegato nel racconto di avvenimenti passati, poichè chi parla si trasferisce indietro in quel tempo in cui si svolse l’azione (Praesens historicum). Anche questa specie d’espressione è comune a tutte le lingue e non solo come semplice forma della descrizione chiara e vivace ma si trova anche nel freddo stile delle cronache e dell genealogie. La lingua Greca impiega il presente storico più spesso delle altre lingue affini, sia in frasi principali che in frasi subordinate, tanto per conferire all’esposizione una particolare vivacità quanto in corrispondenza di toni di narrazione più semplici. Il presente viene spesso impiegato per azioni che appartengono ugualmente al passato quanto al presente, in quanto esse perdurano da un tempo precedente sino al momento in cui si parla. Così esso appare in unione con gli avverbi di tempo πάρος (epico), πάλαι, ἄρτι, ἀρτίως. Es. αἰεὶ γὰρ τὸ πάρος γε θεοὶ φαίνονται ἐναργεῖς ἡμῖν, εὖθ’ ἔρδωμεν ἀγακλειτὰς ἐκατόμβας. (OD. VII, 201) (Spesso, infatti, almeno in passato, visibilmente ci apparvero i numi, quando offrimmo solenni ecatombi.). Il presente indica azioni che, a dir vero, appartengono al passato, ma, nei loro effetti, perdurano ancora nella vista di chi parla. La lingua Greca, spesso, esprimerà tramite il presente, anche un’azione futura, come, in effetti, originariamente in tutte le lingue, il futuro veniva espresso per mezzo del presente. Es. Μίᾳ τε νίκῃ ναυμαχίας κατὰ τὸ εἰκὸς ἁλίσκονται‧ εἰ δ’ ἀντίσχοιεν, μελετήσομεν τὰ ναυτικά. (Thuc. I, 121, 4) (E’ probabile che saranno battuti in una battaglia navale; se resisteranno anche noi avremo più tempo per esercitarci nell’arte navale.). Non di rado il presente di verbi di moto, come ἔρχομαι, πορεύομαι, νέομαι, viene impiegato con significato futuro. Poiché le forme del tema del presente presentano l’azione solamente come concetto durante il suo compimento, senza riguardo alla possibile conclusione, allora, in casi in cui la conclusione non abbia assolutamente luogo ovvero sia solamente più tarda, ci si deve servire di parafrasi ausiliarie con “tentare”, “volere”, “essere sul punto di” e locuzioni somiglianti; βιάζομαι (tento di fare uno sforzo), πείθω (tento di persuadere), δίδωμι (voglio dare). Quando, in questi casi, si parla di un presente o di un imperfetto “de conatu”, si deve tenere conto che questa figura della lingua non si fonda su di un modo speciale d’impiego dei due tempi ma sul significato indeterminato dei verbi così affini; per esempio δίδοναι, non si copre coll’italiano “dare” perché questo contiene il concetto dell’azione conclusa, significato aforistico, mentre δίδοναι, di per sé, significa solamente “porgere”, in cui rimane indeciso se l’atto di porgere abbia trovato la sua conclusione per mezzo dell’accettazione di quanto viene porto e, così, sia diventato un reale dare o se esso sia rimasto un semplice porgere. II Imperfetto L’imperfetto è, per il passato, ciò che il presente è per tempo attuale. Ambedue le forme temporali presentano un’azione nel suo corso; la durata propria dell’azione viene tanto poco presa in considerazione coll’imperfetto, quanto poco col presente. Tanto poco esso può esprimere un’azione ripetuta nel passato, un essere soliti. L’imperfetto appare, in questi casi, solamente per questa ragione, più frequentemente dell’aoristo, perché un’azione ripetuta presenta quasi una serie di azioni continue, nella quale l’osservatore prende in considerazione molto più spesso il corso che non la conclusione. Poiché, ora, l’imperfetto esprime un’azione che si sta svolgendo nel passato e in quanto che sta ancora perdurando, è naturale che esso sia impiegato nella descrizione e nel disegnare avvenimenti che si susseguono l’un l’altro nel passato, nella presentazione di usi e di abitudini, come pure nel menzionare azioni passate che servono alla chiarificazione, a rendere evidenti, alla motivazione di un’altra azione ed esprimono esse stesse circostanze accessorie di accompagnamento. III Perfetto All’indicativo, il perfetto esprime un’azione che appare, nel presente di chi parla, come un’azione terminata, giunta a sviluppo. Il concetto dell’azione terminata viene espresso in Greco mediante la duplicazione dello spazio di tempo del presente attraverso le desinenze personali del presente. Non importa se l’azione sia giunta a compimento nel momento del discorso o già da molto prima e se si estenda, nel suo compimento, sino al punto temporale presente. Il perfetto greco, però, si distingue da quello delle altre lingue perché esso indica non semplicemente un’azione conclusa al momento presente ma l’azione conclusa e, nello stesso tempo, anche tuttora sussistente nei suoi effetti e nelle sue conseguenze. Es. Κῦρος δὲ ἔχων οὓς εἴρηκα ὡρμᾶτο ἀπὸ Σάρδεων‧ (Xen. AN. I, 2, 5) (Ciro poi, avendo con seco quelli che abbiamo detto, mosse da Sardi;). ἡ δὲ ἀταξία πολλοὺς ἤδη ἀπολώληκεν. (Xen. AN. III, 1, 38) (quante catastrofi provocate dal disordine.). Poiché i Greci presentano davanti agli occhi la condizione sopravvenuta attraverso il compimento della manifestazione dell’attività e meno il vero atto del compimento che non il risultato che ne deriva per il presente, l’italiano, cui questo impiego è estraneo, traduce molti perfetti e piuccheperfetti Greci col presente e coll’imperfetto di altri verbi che esprimono la condizione sopravvenuta per mezzo del compimento della manifestazione dell’attività, come τέθνηκα (sono morto), οἶδα (so), κέκτημαι (possiedo). Inoltre, vi è un gran numero di perfetti, specificatamente nella lingua Omerica, il cui significato presente non si lascia dedurre dal concetto dell’azione compiuta nel senso usuale. Così, ad esempio, τέθηλα non significa “io sono fiorito” ma “io sono in piena fioritura”, δέδοικα non significa “io ho avuto paura”, ma “io sono pieno di paura”. Poiché tali perfetti si presentano soltanto come presenti rinforzati, è diventato usuale denominarli “perfecta intensiva”. IV Aoristo L’aoristo mostra l’azione semplicemente come accaduta e giunta a conclusione, come momentanea nel significato e che, per colui che parla, si condensa in un momento e viene da lui dominata con una sola occhiata. L’aoristo forma, quindi, un contrasto, da una parte coll’imperfetto che presenta agli occhi l’azione come non ancora compiuta e nel suo svolgersi, dall’altra parte col piuccheperfetto che presenta l’azione conclusa come ancora perdurante nei suoi effetti. L’opposizione dell’aoristo all’imperfetto ed al presente riesce particolarmente chiara alla luce di quei verbi il cui presente ed imperfetto presentano il tendere ad una meta, come πείθειν, διδόναι, ἄγειν, πέμπειν, πράττειν, ecc. Qui l’aoristo mette energicamente in rilievo e, precisamente, non solo nell’indicativo ma, anche, nelle forme restanti, il raggiungimento del fine come forma dell’azione conclusa; πείθειν =esortare→ πεῖσαι = convincere; διδόναι = porgere → δοῦναι = consegnare; ἄγειν = guidare → ἀγαγεῖν = portare; πράττειν = adoprarsi per qualcosa → πρᾶξαι = ottenere, ecc. In questo senso si parla di un uso effettivo o risultativi dell’aoristo. L’indicativo dell’aoristo è una forma temporale storica, come risulta dall’aumento. Viene coniata per l’azione momentanea solamente una forma del passato e non anche una simile forma del presente, ciò ha la sua ragione nel fatto che un’azione che cada nel presente di chi parla non appare veramente conclusa ma, di regola, viene vista nel suo svolgimento e, quindi, come durativa. Anche riguardo al futuro la lingua ha rinunciato ad un’energica divisione formale tra l’azione momentanea e l’azione durativa. Se l’aoristo, in una frase subordinata, sta in collegamento con un passato nella frase principale, esso può esprimere un’azione che o è contemporanea o è precedente o seguente quella dell’altra azione. Quale vi sia di questi tre rapporti di tempo, può essere riconosciuto solamente dalla connessione dei pensieri. Come l’imperfetto di per sé non mostra la vera durata di un’azione nel passato ma viene applicato anche per azioni per azioni della più piccola durata quando esse vengano presentate nel loro sviluppo, così l’aoristo presenta non l’azione momentanea nel senso comune ma ogni azione passata anche della più grande durata viene espressa per mezzo dell’aoristo qualora essa semplicemente venga constatata come accaduta, senza qualsiasi rapporto di subordinazione. Es. τῶν ἔφαγόν τ’ἔπιον τε καὶ αἰδοίοισιν ἔδωκα. (OD. XV, 373) (dei quali mangiavo e bevevo ed offrii a chi ne fosse degno.) Ὅσον τε γὰρ χρόνον προύστη τῆς πόλεως ἐν τῇ εἰρένῃ, μετρίωσς ἐξηγεῖτο καὶ ἀσφαλῶς διεφύλαξεν αὐτήν. (Thuc. II, 65, 5) (Infatti, per tutto il periodo in cui egli guidò la città in tempo di pace, la conduceva con moderazione e così la mantenne sicura.) qui l’imperfetto esprime, in realtà, una determinazione più stretta, διεφύλαξεν esprime: μετρίως εξηγούμενος διεφύλαξεν. L’espressione momentanea deve pure, come sopra esposto, essere compresa solamente nel significato che chi parla, coll’aoristo, condensa tutta l’azione in un unico punto e la domina con un solo sguardo, mentre l’imperfetto presenta, per così dire, l’azione come una linea e la lascia svolgersi davanti ai nostri occhi. Nei casi della specie sopra mostrata si sono impiegate anche le designazioni di Aoristus Complexivus od Aoristo Concentrante. Presso verbi il cui presente indica uno stato duraturo od un’azione continuata, l’Aoristo, a dir il vero, non solamente all’indicativo ma, anche, nelle forme rimanenti, deve spesso essere tradotto per mezzo di locuzioni che esprimono l’entrare nello stato specifico; es. βασιλεύω: sono re → ἐβασίλευσα: divenni re. Si suole indicare, nei casi sopraesposti, come aoristus ingressivus. Pure quest’espressione non può essere intesa nel significato di una specie d’impiego separata dall’impiego generale dell’aoristo. Molto spesso, per mezzo dell’aoristo in sé, non viene espresso niente di più che l’azione, soprattutto, è accaduta, effettivamente successa, mentre il suo sviluppo, durata, ecc., rimangono fuori considerazione. Il concetto dell’avvenire risulta da solo a derivare da quello dell’azione momentanea condensata in un unico punto in antagonismo al concetto durativo che è innato nel presente e nell’imperfetto. Del resto si deve che l’aoristo di questi verbi non viene affatto impiegato esclusivamente come “ingressivo”. Poiché l’aoristo constata un’azione del passato semplicemente come un’azione accaduta senza alcun concetto accessorio, così un avvenimento passato si adatta assolutamente, specialmente al raccontare avvenimenti del passato. Però, quanto esso presenta ha un doppio carattere. Cioè ciò vige, o in una semplice enumerazione ed in un riferire fatti isolati e, quindi, viene impiegato l’Aoristo che, di conseguenza, si dice essere nella forma narrativa (tempus narrativus); oppure esso è una pittura storica, una descrizione, un dipinto, nel quale colui che racconta si pone al passato e ciò che accade nello stesso viene considerato e descritto nel suo svolgimento e nel suo corso e, allora, viene impiegato l’imperfetto che, di conseguenza, si denomina la forma temporale che dipinge, descrive e pittura (tempus descriptivum). Poiché il piuccheperfetto mostra un’azione non assolutamente terminata nel passato ma, anche, perdurante nei suoi effetti, allora esso può pure assumere un carattere descrittivo. A ciò perviene anche il presente storico, per mezzo del quale chi racconta si pone nel tempo in cui l’avvenimento accadde. Per mezzo di questo cambiamento delle forme temporali si conferisce al racconto storico la massima vivacità di presentazione e la più bella ombreggiatura dell’espressione. Verità e giudizi generali che siano fondati sull’esperienza, come pure visioni che frequentemente si siano dimostrate vere nel passato, spesso vengono espresse dai Greci per mezzo del’indicativo dell’aoristo come qualcosa che avvenne una volta nel passato, poiché esse concepiscono in obiettiva materialità il singolo caso concreto nel quale si concepisce ogni pensiero generale ed ogni comparizione ed esse rimettono all’ascoltatore il compito di ricavare il giudizio generale dalle singole osservazioni. L’aoristo, così impiegato, si denomina gnomico od empirico; anche questo intervento linguistico può essere derivato dall’impiego generale dell’aoristo indicativo. L’italiano ed, anche, altre lingue si servono in questi casi della forma presente. Anche il greco può impiegare le stesse forme e, di regola, le impiega quando viene presentato un giudizio assoluto valevole per tutti i tempi od avvenuto per mezzo di frequenti esperienze riguardo alla verità generale o per presentare costunìmi od abitudini che sussistono nel presente di chi parla. Da R. Kuhner, B. Gerth, GRAMMATIK DER GRIECHISCHEN SPRACHE II, I.
Commento inserito il: 13/02/2007 9.24.39
commenti cinzia cimini  ( cinzia.cimini@libero.it)
bella idea!! penso anche io come Nicoletta che utilizzerò le tue indicazioni. aspetto con ansia nuove proposte. grazie
Commento inserito il: 16/08/2005 21.08.04
commenti Nicoletta Marini  ( barabino_marini@tin.it)
Mi è piaciuto molto. Penso che utilizzerò in classe le tue indicazioni e i brani. Nicoletta
Commento inserito il: 03/01/2005 21.44.25

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