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Monica Molfino

Obiettivi:   - sollecitare l'attenzione all'aspetto verbale

                 - sviluppare la capacità di resa dei valori aspettuali delle forme verbali nella traduzione

Destinatari:   alunni di quinta ginnasio (che abbiano svolto lo studio del perfetto) o di prima liceo

Tempi di attuazione:   una lezione introduttiva; due lezioni per ciascuno dei brani proposti

L'aspetto nel sistema verbale greco: un problema didattico

L'esercizio di traduzione risulta particolarmente impegnativo e al contempo rivela tutta la propria utilità formativa soprattutto laddove si riscontrano più marcate differenze di categorie grammaticali tra la lingua di partenza e quella di arrivo.

Nell'apprendimento del greco uno degli argomenti più interessanti da questo punto di vista è costituito dalla nozione di aspetto. Essa infatti ha importanza fondamentale nel sistema verbale greco, mentre non trova pari rilievo in quello italiano che, sulla scorta del latino, appare incentrato piuttosto sull'articolazione temporale (cfr. ad es. J. Humbert, Syntaxe grecque, Paris 19603, pp. 133-137).

Lo studio dell'aspetto verbale si avvia per lo più in quinta ginnasio, con la presentazione dei tempi aoristo e perfetto. Per illustrare il carattere puntuativo dell'azione aoristica, in contrapposizione a quello durativo proprio del presente e dell'imperfetto, l'insegnante ricorre in genere al confronto con l'italiano, che presenta un'analoga distinzione tra indicativo passato remoto (disse) e imperfetto (diceva). Per la comprensione del valore stativo o risultativo del perfetto può essere utile invece il riferimento ai cosiddetti 'perfetti con valore di presente', che si trovano tanto in greco quanto in latino. L'analisi del significato di ke&kthmai 'ho acquistato', quindi 'possiedo', di oi}da, 'ho conosciuto', quindi 'so', oppure, per il latino, di memini 'ho richiamato alla memoria', quindi 'ricordo' e odi 'ho concepito avversione', quindi 'odio', mette in luce efficacemente l'elemento caratterizzante il valore aspettuale del perfetto, ossia l'idea che un'azione compiuta o una condizione vissuta nel passato hanno esiti e conseguenze riscontrabili nel presente.

Una più attenta sensibilità linguistica appare necessaria per individuare e comprendere appieno le distinzioni aspettuali esistenti tra forme verbali di modi differenti dall'indicativo, quando si consideri, ad esempio, che le azioni indicate dagli infiniti lei&pein lipei=n leloipe&naisono diversamente connotate non tanto dal punto di vista cronologico, quanto in base alla modalità di svolgimento dell'azione stessa, che è vista rispettivamente nella sua durata (presente), a prescindere dalla durata e dalle conseguenze (aoristo), e nel suo risultato (perfetto).

Un laboratorio di traduzione sull'aspetto

Si pone quindi il problema della resa delle connotazioni aspettuali nella traduzione italiana di un brano greco. Talora tale trasposizione risulta impossibile, a causa delle differenze linguistiche sopra indicate. In altri casi invece i valori aspettuali possono essere evidenziati tramite un accorto impiego dei tempi verbali e un'attenta scelta lessicale (anche con il ricorso a perifrasi): ad esempio l'uso di afferrare in luogo di prendere, o di scoppiare a ridere in luogo del semplice ridere, può esprimere più efficacemente il valore puntuale dell'azione aoristica espressa dagli infiniti labei=n e gela&sai; per il perfetto e)ste&rhmai la locuzione sono rimasto privo pare sottolineare le conseguenze dell'azione più che il semplice passato prossimo sono stato privato. Il ricorso a tali accorgimenti deve essere però accuratamente dosato; occorre evitare cioè di enfatizzare troppo quelle che in italiano non possono costituire che sfumature espressive. Tuttavia uno sforzo in questo senso va attuato, anche nella prospettiva didattica di un esercizio di traduzione non meccanico, bensì volto a favorire una comprensione profonda dei testi e a migliorare la competenza nella lingua d'arrivo, nel nostro caso l'italiano.

Può essere opportuno che l'insegnante solleciti un'attenzione all'aspetto verbale attraverso l'affronto di concreti problemi di traduzione, stabilendo per alcuni brani di versione l'obiettivo specifico di una resa del valore aspettuale delle forme verbali.

Il lavoro può essere così articolato:

- prima lezione: trattazione introduttiva sull'aspetto verbale

- seconda lezione: analisi delle forme verbali e dei valori aspettuali in un testo greco, la cui traduzione è assegnata all'alunno come lavoro domestico

- terza lezione: correzione e discussione degli elaborati; confronto con una o più traduzioni fornite dall'insegnante.

L'argomento può essere affrontato attraverso un'unica esercitazione di carattere esemplificativo oppure approfondito in diversi momenti di lavoro, anche in successione temporale non ravvicinata.

Di seguito sono proposti tre brani che si prestano a essere utilizzati in un percorso come quello indicato; i primi due possono corrispondere, per livello di difficoltà, sia alla quinta ginnasio che alla prima liceo, mentre il terzo presuppone decisamente una preparazione di tipo liceale.

Nella trascrizione dei testi si è fatto ricorso a varie forme di evidenziazione grafica che consentono di individuare e visualizzare più facilmente i diversi piani temporali-aspettuali: in grassetto sono indicati i verbi al presente e all'imperfetto, corrispondenti ad azioni durative; la sottolineatura semplice segnala le forme di aoristo, indicanti azioni puntuative, che spesso costituiscono i punti-chiave della narrazione, mentre il corsivo sottolineato rimarca le forme di perfetto, di valore risultativo o stativo. Per ciascun brano è proposta una traduzione 'di servizio', rispondente all'intento di sottolineare le connotazioni aspettuali.

 - Testo 1: Platone, Fedone, 117 c-e (Socrate beve la cicuta)
 - Testo 2: Diodoro Siculo XV 87, 5-7 (Morte di Epaminonda)
 - Testo 3: Isocrate, Elena, 54 (Il fascino della bellezza)
 Pdf Scarica la lezione completa in formato pdf.

 
 
 

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commenti Giovanni Costa  ( giovannicosta50@alice.it)
I TEMPI GRECI I Presente. Il presente dell’indicativo indica una presenza, qualcosa che accade nel presente di chi parla, un’azione che si sviluppa nella sua presenza. L’impiego del presente, in Greco, corrisponde, per lo più a quello delle altre lingue, in quanto che; a). Esso esprime un’azione che si compie nel campo visivo di chi parla; ἱκετεύομεν σε πάντες, (noi tutti ti supplichiamo), b). Esso indica un’azione ripetuta presentemente, una condizione che dura al presente; Σωκράτης ἔφη‧ οἱ νέοι πολλάκις ἐμε μιμοῦνται καὶ ἐπιχειροῦσιν ἄλλους ἀξετάζειν. (Socrate disse; spesso i giovani mi imitano ed intraprendono ad interrogare gli altri.). Δύο βασιλεῖς ἄρχουσιν τῆς Σπάρτης. (Due re governano a Sparta.). Οἱ Ἀθηναῖοι ἑκάστου ἔτους θεωρίαν πέμπουσιν εἰς Δῆλον. (Ogni anno gli Ateniesi mandano a Delo una sacra ambasceria.). c). Esso esprime un’azione generale che vale per tutti i tempi; ὁ ἄνθρωπος θνητός ἐστιν. (L’uomo è mortale.). Si deve, tuttavia, rilevare che il presente non contiene in sé né il concetto della durata né quello della sua ripetizione, ma presenta l’azione nel suo sviluppo davanti agli occhi. Spesso il presente viene impiegato nel racconto di avvenimenti passati, poichè chi parla si trasferisce indietro in quel tempo in cui si svolse l’azione (Praesens historicum). Anche questa specie d’espressione è comune a tutte le lingue e non solo come semplice forma della descrizione chiara e vivace ma si trova anche nel freddo stile delle cronache e dell genealogie. La lingua Greca impiega il presente storico più spesso delle altre lingue affini, sia in frasi principali che in frasi subordinate, tanto per conferire all’esposizione una particolare vivacità quanto in corrispondenza di toni di narrazione più semplici. Il presente viene spesso impiegato per azioni che appartengono ugualmente al passato quanto al presente, in quanto esse perdurano da un tempo precedente sino al momento in cui si parla. Così esso appare in unione con gli avverbi di tempo πάρος (epico), πάλαι, ἄρτι, ἀρτίως. Es. αἰεὶ γὰρ τὸ πάρος γε θεοὶ φαίνονται ἐναργεῖς ἡμῖν, εὖθ’ ἔρδωμεν ἀγακλειτὰς ἐκατόμβας. (OD. VII, 201) (Spesso, infatti, almeno in passato, visibilmente ci apparvero i numi, quando offrimmo solenni ecatombi.). Il presente indica azioni che, a dir vero, appartengono al passato, ma, nei loro effetti, perdurano ancora nella vista di chi parla. La lingua Greca, spesso, esprimerà tramite il presente, anche un’azione futura, come, in effetti, originariamente in tutte le lingue, il futuro veniva espresso per mezzo del presente. Es. Μίᾳ τε νίκῃ ναυμαχίας κατὰ τὸ εἰκὸς ἁλίσκονται‧ εἰ δ’ ἀντίσχοιεν, μελετήσομεν τὰ ναυτικά. (Thuc. I, 121, 4) (E’ probabile che saranno battuti in una battaglia navale; se resisteranno anche noi avremo più tempo per esercitarci nell’arte navale.). Non di rado il presente di verbi di moto, come ἔρχομαι, πορεύομαι, νέομαι, viene impiegato con significato futuro. Poiché le forme del tema del presente presentano l’azione solamente come concetto durante il suo compimento, senza riguardo alla possibile conclusione, allora, in casi in cui la conclusione non abbia assolutamente luogo ovvero sia solamente più tarda, ci si deve servire di parafrasi ausiliarie con “tentare”, “volere”, “essere sul punto di” e locuzioni somiglianti; βιάζομαι (tento di fare uno sforzo), πείθω (tento di persuadere), δίδωμι (voglio dare). Quando, in questi casi, si parla di un presente o di un imperfetto “de conatu”, si deve tenere conto che questa figura della lingua non si fonda su di un modo speciale d’impiego dei due tempi ma sul significato indeterminato dei verbi così affini; per esempio δίδοναι, non si copre coll’italiano “dare” perché questo contiene il concetto dell’azione conclusa, significato aforistico, mentre δίδοναι, di per sé, significa solamente “porgere”, in cui rimane indeciso se l’atto di porgere abbia trovato la sua conclusione per mezzo dell’accettazione di quanto viene porto e, così, sia diventato un reale dare o se esso sia rimasto un semplice porgere. II Imperfetto L’imperfetto è, per il passato, ciò che il presente è per tempo attuale. Ambedue le forme temporali presentano un’azione nel suo corso; la durata propria dell’azione viene tanto poco presa in considerazione coll’imperfetto, quanto poco col presente. Tanto poco esso può esprimere un’azione ripetuta nel passato, un essere soliti. L’imperfetto appare, in questi casi, solamente per questa ragione, più frequentemente dell’aoristo, perché un’azione ripetuta presenta quasi una serie di azioni continue, nella quale l’osservatore prende in considerazione molto più spesso il corso che non la conclusione. Poiché, ora, l’imperfetto esprime un’azione che si sta svolgendo nel passato e in quanto che sta ancora perdurando, è naturale che esso sia impiegato nella descrizione e nel disegnare avvenimenti che si susseguono l’un l’altro nel passato, nella presentazione di usi e di abitudini, come pure nel menzionare azioni passate che servono alla chiarificazione, a rendere evidenti, alla motivazione di un’altra azione ed esprimono esse stesse circostanze accessorie di accompagnamento. III Perfetto All’indicativo, il perfetto esprime un’azione che appare, nel presente di chi parla, come un’azione terminata, giunta a sviluppo. Il concetto dell’azione terminata viene espresso in Greco mediante la duplicazione dello spazio di tempo del presente attraverso le desinenze personali del presente. Non importa se l’azione sia giunta a compimento nel momento del discorso o già da molto prima e se si estenda, nel suo compimento, sino al punto temporale presente. Il perfetto greco, però, si distingue da quello delle altre lingue perché esso indica non semplicemente un’azione conclusa al momento presente ma l’azione conclusa e, nello stesso tempo, anche tuttora sussistente nei suoi effetti e nelle sue conseguenze. Es. Κῦρος δὲ ἔχων οὓς εἴρηκα ὡρμᾶτο ἀπὸ Σάρδεων‧ (Xen. AN. I, 2, 5) (Ciro poi, avendo con seco quelli che abbiamo detto, mosse da Sardi;). ἡ δὲ ἀταξία πολλοὺς ἤδη ἀπολώληκεν. (Xen. AN. III, 1, 38) (quante catastrofi provocate dal disordine.). Poiché i Greci presentano davanti agli occhi la condizione sopravvenuta attraverso il compimento della manifestazione dell’attività e meno il vero atto del compimento che non il risultato che ne deriva per il presente, l’italiano, cui questo impiego è estraneo, traduce molti perfetti e piuccheperfetti Greci col presente e coll’imperfetto di altri verbi che esprimono la condizione sopravvenuta per mezzo del compimento della manifestazione dell’attività, come τέθνηκα (sono morto), οἶδα (so), κέκτημαι (possiedo). Inoltre, vi è un gran numero di perfetti, specificatamente nella lingua Omerica, il cui significato presente non si lascia dedurre dal concetto dell’azione compiuta nel senso usuale. Così, ad esempio, τέθηλα non significa “io sono fiorito” ma “io sono in piena fioritura”, δέδοικα non significa “io ho avuto paura”, ma “io sono pieno di paura”. Poiché tali perfetti si presentano soltanto come presenti rinforzati, è diventato usuale denominarli “perfecta intensiva”. IV Aoristo L’aoristo mostra l’azione semplicemente come accaduta e giunta a conclusione, come momentanea nel significato e che, per colui che parla, si condensa in un momento e viene da lui dominata con una sola occhiata. L’aoristo forma, quindi, un contrasto, da una parte coll’imperfetto che presenta agli occhi l’azione come non ancora compiuta e nel suo svolgersi, dall’altra parte col piuccheperfetto che presenta l’azione conclusa come ancora perdurante nei suoi effetti. L’opposizione dell’aoristo all’imperfetto ed al presente riesce particolarmente chiara alla luce di quei verbi il cui presente ed imperfetto presentano il tendere ad una meta, come πείθειν, διδόναι, ἄγειν, πέμπειν, πράττειν, ecc. Qui l’aoristo mette energicamente in rilievo e, precisamente, non solo nell’indicativo ma, anche, nelle forme restanti, il raggiungimento del fine come forma dell’azione conclusa; πείθειν =esortare→ πεῖσαι = convincere; διδόναι = porgere → δοῦναι = consegnare; ἄγειν = guidare → ἀγαγεῖν = portare; πράττειν = adoprarsi per qualcosa → πρᾶξαι = ottenere, ecc. In questo senso si parla di un uso effettivo o risultativi dell’aoristo. L’indicativo dell’aoristo è una forma temporale storica, come risulta dall’aumento. Viene coniata per l’azione momentanea solamente una forma del passato e non anche una simile forma del presente, ciò ha la sua ragione nel fatto che un’azione che cada nel presente di chi parla non appare veramente conclusa ma, di regola, viene vista nel suo svolgimento e, quindi, come durativa. Anche riguardo al futuro la lingua ha rinunciato ad un’energica divisione formale tra l’azione momentanea e l’azione durativa. Se l’aoristo, in una frase subordinata, sta in collegamento con un passato nella frase principale, esso può esprimere un’azione che o è contemporanea o è precedente o seguente quella dell’altra azione. Quale vi sia di questi tre rapporti di tempo, può essere riconosciuto solamente dalla connessione dei pensieri. Come l’imperfetto di per sé non mostra la vera durata di un’azione nel passato ma viene applicato anche per azioni per azioni della più piccola durata quando esse vengano presentate nel loro sviluppo, così l’aoristo presenta non l’azione momentanea nel senso comune ma ogni azione passata anche della più grande durata viene espressa per mezzo dell’aoristo qualora essa semplicemente venga constatata come accaduta, senza qualsiasi rapporto di subordinazione. Es. τῶν ἔφαγόν τ’ἔπιον τε καὶ αἰδοίοισιν ἔδωκα. (OD. XV, 373) (dei quali mangiavo e bevevo ed offrii a chi ne fosse degno.) Ὅσον τε γὰρ χρόνον προύστη τῆς πόλεως ἐν τῇ εἰρένῃ, μετρίωσς ἐξηγεῖτο καὶ ἀσφαλῶς διεφύλαξεν αὐτήν. (Thuc. II, 65, 5) (Infatti, per tutto il periodo in cui egli guidò la città in tempo di pace, la conduceva con moderazione e così la mantenne sicura.) qui l’imperfetto esprime, in realtà, una determinazione più stretta, διεφύλαξεν esprime: μετρίως εξηγούμενος διεφύλαξεν. L’espressione momentanea deve pure, come sopra esposto, essere compresa solamente nel significato che chi parla, coll’aoristo, condensa tutta l’azione in un unico punto e la domina con un solo sguardo, mentre l’imperfetto presenta, per così dire, l’azione come una linea e la lascia svolgersi davanti ai nostri occhi. Nei casi della specie sopra mostrata si sono impiegate anche le designazioni di Aoristus Complexivus od Aoristo Concentrante. Presso verbi il cui presente indica uno stato duraturo od un’azione continuata, l’Aoristo, a dir il vero, non solamente all’indicativo ma, anche, nelle forme rimanenti, deve spesso essere tradotto per mezzo di locuzioni che esprimono l’entrare nello stato specifico; es. βασιλεύω: sono re → ἐβασίλευσα: divenni re. Si suole indicare, nei casi sopraesposti, come aoristus ingressivus. Pure quest’espressione non può essere intesa nel significato di una specie d’impiego separata dall’impiego generale dell’aoristo. Molto spesso, per mezzo dell’aoristo in sé, non viene espresso niente di più che l’azione, soprattutto, è accaduta, effettivamente successa, mentre il suo sviluppo, durata, ecc., rimangono fuori considerazione. Il concetto dell’avvenire risulta da solo a derivare da quello dell’azione momentanea condensata in un unico punto in antagonismo al concetto durativo che è innato nel presente e nell’imperfetto. Del resto si deve che l’aoristo di questi verbi non viene affatto impiegato esclusivamente come “ingressivo”. Poiché l’aoristo constata un’azione del passato semplicemente come un’azione accaduta senza alcun concetto accessorio, così un avvenimento passato si adatta assolutamente, specialmente al raccontare avvenimenti del passato. Però, quanto esso presenta ha un doppio carattere. Cioè ciò vige, o in una semplice enumerazione ed in un riferire fatti isolati e, quindi, viene impiegato l’Aoristo che, di conseguenza, si dice essere nella forma narrativa (tempus narrativus); oppure esso è una pittura storica, una descrizione, un dipinto, nel quale colui che racconta si pone al passato e ciò che accade nello stesso viene considerato e descritto nel suo svolgimento e nel suo corso e, allora, viene impiegato l’imperfetto che, di conseguenza, si denomina la forma temporale che dipinge, descrive e pittura (tempus descriptivum). Poiché il piuccheperfetto mostra un’azione non assolutamente terminata nel passato ma, anche, perdurante nei suoi effetti, allora esso può pure assumere un carattere descrittivo. A ciò perviene anche il presente storico, per mezzo del quale chi racconta si pone nel tempo in cui l’avvenimento accadde. Per mezzo di questo cambiamento delle forme temporali si conferisce al racconto storico la massima vivacità di presentazione e la più bella ombreggiatura dell’espressione. Verità e giudizi generali che siano fondati sull’esperienza, come pure visioni che frequentemente si siano dimostrate vere nel passato, spesso vengono espresse dai Greci per mezzo del’indicativo dell’aoristo come qualcosa che avvenne una volta nel passato, poiché esse concepiscono in obiettiva materialità il singolo caso concreto nel quale si concepisce ogni pensiero generale ed ogni comparizione ed esse rimettono all’ascoltatore il compito di ricavare il giudizio generale dalle singole osservazioni. L’aoristo, così impiegato, si denomina gnomico od empirico; anche questo intervento linguistico può essere derivato dall’impiego generale dell’aoristo indicativo. L’italiano ed, anche, altre lingue si servono in questi casi della forma presente. Anche il greco può impiegare le stesse forme e, di regola, le impiega quando viene presentato un giudizio assoluto valevole per tutti i tempi od avvenuto per mezzo di frequenti esperienze riguardo alla verità generale o per presentare costunìmi od abitudini che sussistono nel presente di chi parla. Da R. Kuhner, B. Gerth, GRAMMATIK DER GRIECHISCHEN SPRACHE II, I.
Commento inserito il: 13/02/2007 9.24.39
commenti cinzia cimini  ( cinzia.cimini@libero.it)
bella idea!! penso anche io come Nicoletta che utilizzerò le tue indicazioni. aspetto con ansia nuove proposte. grazie
Commento inserito il: 16/08/2005 21.08.04
commenti Nicoletta Marini  ( barabino_marini@tin.it)
Mi è piaciuto molto. Penso che utilizzerò in classe le tue indicazioni e i brani. Nicoletta
Commento inserito il: 03/01/2005 21.44.25

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