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La sfragi/j iniziale diventerà un topos del genere storiografico, come mostreranno a breve i prologhi di Erodoto e Tucidide. Si tratta di una precisa, consapevole e fiera assunzione di responsabilità in merito ai temi trattati, a fronte di una consuetudine che fino a quel momento aveva i contorni vaghi dell’anonimato. L’autore, ora, si assume il merito della scelta insieme al compito di orientare il suo pubblico. È una rivoluzione nella cultura greca, così come è una rivoluzione il significato del verbo gra/fw, che qui per la prima volta significa “io scrivo”. Già Anassimandro aveva scritto di fisiologia in prosa, ma non abbiamo l’attestazione di un suo uso del termine. Ecateo lo segue – in questo come negli interessi geografici, tracciando anch’egli una rudimentale peri/odoj gh~j, una carta geografica del mondo conosciuto – e, in contemporanea con altri logografi prevalentemente di area ionica, inaugura una prassi che diverrà imprescindibile, perché l’esposizione di una disciplina che presuppone indagine, ricerca e esposizione di fonti non potrà fare a meno del supporto della scrittura e, normalmente, della libertà dai vincoli del ritmo. La convinzione di poter giungere alla verità (a)lhqe/a) vagliando informazioni che, comunque, provengono ancora da una direzione storicamente inattendibile come il mito non ci permette di poter definire a pieno titolo Ecateo come “il primo storico” – e, del resto, si sa che tale definizione presenta ampi margini di rischio per lo stesso Erodoto. Tuttavia, proprio questa urgenza di verità che può anche arrivare a correggere o sconfessare il mito è il segnale di un orientamento nuovo: racconta Erodoto (II 143-144) che, durante un viaggio in Egitto, Ecateo avesse esposto ai sacerdoti di Tebe la genealogia della propria famiglia, vantandosi di discendere da un dio per sedicesima generazione. Quelli, per tutta risposta, gli mostrarono 345 statue di sacerdoti che, di padre in figlio, si erano tramandati la carica senza che nemmeno il primo della serie discendesse da un dio. Questo episodio dovette contribuire fortemente a instillare in Ecateo forti dubbi sul valore delle genealogie mitiche, fino a portarlo a definire polloi/ te kai\ geloi~oi i racconti dei suoi conterranei: “molti e risibili” perché, alla luce della potente lezione di realismo dei sacerdoti egizi, senz’altro dovevano apparire a Ecateo esagerati e inverosimili. Nel fr. 23 Nenci, ad esempio, il logografo mostra di non credere ad alcune informazioni sul mito di Egitto e Danao accettate da Esiodo, cioè dalla massima autorità in fatto di mitologia e genealogia divina:
(O de\ Ai!guptoj au)to_j me\n ou)k h]lqen ei)j 1Argoj, pai~dej de/, <e0o&ntej>, w(j me\n 9Esi/odoj e0poi/hse, penth&konta, w(j e0gw_ de/, ou)de\ ei!kosi.
“Egitto non andò di persona ad Argo, ma ci andarono i suoi figli, i quali erano cinquanta secondo i versi di Esiodo, nemmeno venti secondo me”.
Si può supporre che Ecateo fosse a conoscenza di una variante del mito secondo cui i figli di Egitto erano molto meno di cinquanta e, in base all’esperienza della vita reale, giudicasse ben più sensata e verosimile tale informazione, al punto da rivedere e correggere una fonte autorevole come Esiodo. |
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