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pixel_bianco >> Solone, fr. 36 West 2  

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Fausto Montana
Guida alla lettura

Come apprendiamo dalle sue elegie, quando accettò il compito di una difficile mediazione fra le parti sociali in lotta ad Atene, Solone era consapevole dei rischi cui andavano incontro lui stesso e la città (fr. 9 West2):

 

Dalla nuvola scende una raffica di neve e di grandine,

       e un tuono segue al bagliore del lampo.

A causa di uomini potenti la città va in rovina, e il popolo

       per insipienza si rende schiavo di un monarca.

Non è facile porre un limite a chi s’innalza oltre misura,                    5

        a cose fatte: ora si devono prendere le giuste decisioni.

 

Da un lato, l’imparzialità del diallakth/j era continuamente messa in discussione, per i sospetti di corruzione o favoritismo politico e per l’impazienza di ciascuna parte di prevalere sull’altra, magari ricorrendo alla forza (nel fr. 7, Solone osserva che «nelle questioni rilevanti è difficile piacere a tutti»). Dall’altro lato, l’eventualità plausibile di un colpo di mano autoritario, che vanificasse la lenta trama di trattative e di riforme politico-istituzionali in corso instaurando la tirannide, doveva incombere come un fattore perdurante di preoccupazione e d’ansia. Il fr. 5 descrive la profonda lacerazione sociale e la neutralità dell’arbitrato:

 

Al popolo ho fatto dono di quanto gli è sufficiente,

       senza togliere né aggiungere privilegi;

a quelli che avevano potere ed erano illustri per ricchezza

       ho fatto in modo che non toccasse niente di inopportuno.

Mi sono eretto a loro difesa avvolgendoli con un forte scudo                5

       e non ho permesso né agli uni né agli altri di prevalere contro giustizia.

 

Nei frr. 32-34 West2 Solone prende spunto dall’esperienza politica personale per prospettare il pericolo reale della tirannide e fornisce un’analisi delle possibili cause. Il migliore antidoto della democrazia alle derive autoritarie, sempre incombenti, è la disinteressata onestà degli uomini di potere, anche a prezzo dell’incomprensione e dell’ingratitudine dei concittadini (fr. 32 West2):

 

Se ho risparmiato la terra

patria e non ho cercato la tirannide e l’aspra

violenza infangando di disonore il mio nome,

non me ne vergogno: così ritengo di poter vincere meglio

tutti gli uomini.

 

In questo contesto, il fr. 36 è un’affermazione orgogliosa a posteriori della validità del proprio operato politico, condotta questa volta nella forma del bilancio conclusivo dell’azione di governo (v. 17 e!reca) e delle riforme legislative (v. 20 e!graya), come comprendiamo fin dai primi versi: io (e0gw/, in forte evidenza in posizione incipitaria) ho portato a termine tutti i progetti alla cui concorde realizzazione avevo chiamato il popolo. Il metro giambico è confacente al piglio vivace e al tono energicamente apologetico del componimento e testimonia la volontà di Solone di spiegare ai membri della propria eteria aristocratica (una spia del cui punto di vista è nei vv. 20-22), nel contesto del simposio, le buone ragioni e gli effetti positivi dei provvedimenti adottati. L’argomentazione prende avvio con tono apologetico e in un quadro concettuale e poetico altamente solenne, attraverso l’evocazione immaginifica del tribunale del Tempo – massimo garante della verità delle azioni umane – e della Madre Terra come testimone (vv. 3-7): il riferimento alla terra prelude alle considerazioni sulle ipoteche poste sui terreni, sui suoi provvedimenti di amnistia e di riforma nell’ambito creditizio e sulle sue profonde innovazioni in campo istituzionale (vv. 8-15), presentate come coraggiosamente inflessibili, eque, imparziali: tali cioè da scongiurare l’ulteriore inasprimento e la degenerazione del conflitto sociale (vv. 15-19). Due argomenti per assurdo (se un altro fosse stato al mio posto...; se avessi sposato la causa di una delle due parti...) pongono l’enfasi sul tema dell’imparzialità e del disinteresse personale di Solone (vv. 20-25), poeticamente traslato nell’immagine conclusiva del lupo che si avvia ad affrontare il branco di cani ostili, metafora dell’esperienza di solitudine volontariamente assunta dal riformatore, nell’incomprensione e nell’ingratitudine generale dei concittadini.

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